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Il corpo di carne e legno di Pilar

December 13, 2019

 

 

 

Mettetevi comodi, perché sto per accompagnarvi in un giro sull'ottovolante. Immagine, questa, suggestiva per chi ha una certa età e sa, quindi, esattamente cos'è un ottovolante e magari prova ancora, proustianamente, quel senso di vuoto allo stomaco che salirci sopra comportava, ogni qual volta le giostre arrivavano in città, nel mio caso specifico a maggio, per la festa di San Ciriaco, patrono di Ancona.

Se parlo di giro sull'ottovolante, oggi, non è tanto perché io intenda sottoporvi a un qualche tipo di eccitante stress, anche se una qualche forma di eccitazione, in effetti, verrà poi tirata debitamente in ballo, quanto perché proverò a arrivare al nocciolo della questione partendo, comme d'habitude, da molto lontano, non lesinando sali-scendi e sterzate improvvise. Anche se stavolta non andrò a pescare nei miei ricordi, almeno non in quelli di prima mano.

Partiamo da un certo ambiente culturale che, un tempo, non avremmo esitato a chiamare underground. Anche perché è appunto di quei tempi che stiamo parlando, intendo i tardi anni settanta, ancora più gli anni ottanta. C'era un nucleo pulsante di cultura al femminile (e anarcofemminista) che provava, appunto sperimentando, a fare i conti col proprio corpo, e per fare i conti col proprio corpo non poteva che farlo con l'idea stessa di femminile, e conseguentemente anche di maschile. Lo faceva, erano gli anni del punk, della no-wave, dell'industrial, della sperimentazione estrema, mostrando non solo il prodotto della propria sperimentazione, ma la sperimentazione stessa, attimo per attimo. Era come se, di colpo, non esistesse più un diaframma tra performer e pubblico, e tutto dovesse costantemente avvenire sotto la luce del sole.

Il corpo, anche il corpo che si contaminava con il progresso e la tecnologia, pensate a un saggio illuminante come il Manifesto Cyborg di Donna Haraway, era costantemente sotto la lente di ingrandimento, manipolato, torturato, elevato allo stato di simbolo ma al tempo stesso ideologicamente contrapposto a un concetto di stereotipo che anche oggi si fatica a reprimere.

In questo contesto, e so di star tagliando con la falce anni e anni di studi e di approfondimenti, si muovevano giganti come Cosey Fanni Tutti, socia di Genesi P-Orridge e nei Throbbing Gristle, Lydia Lunch, Karen Finley e, più avanti, Kathy Acker. Quattro nomi che chiunque abbia un minimo frequentato la cultura alternativa non può che conoscere bene. Corpi che chiunque abbia frequentato un minimo la cultura alternativa non può che conoscere bene, nei dettagli. Perché tutte queste artiste, per altro percorrendo spesso strade limitrofe, hanno messo il corpo al centro della propria arte, e di conseguenza della propria sperimentazione, finendo per diventare loro stesse parte della propria opera, esternazione fatta di carne e umori, perché sugli umori nessuna di loro si è risparmiata, va detto, esternazione fatta di carne e umori della propria arte.

Il fatto, quindi, che per tutte la sessualità sia finita per essere parte portante del discorso non deve affatto sorprendere e non sorprende, come che quei corpi abbiano finito per rientrare a loro volta negli stereotipi che avevano provato a abbattere, fatto il giro completo.

Veniamo a noi. A un noi, mica uno parla tanto per parlare, fatto di corpi, umori, carne, e legno. Perché se vi mettete seduti comodi, questo tocca fare quando si è al cospetto di un album importante, mettersi comodi, e ascoltate le nove tracce che compongono Luna in ariete, nuova prova di studio di Pilar, al secolo Ilaria Patassini, non potete non accorgervi che di canzoni fatte di carne e umori si tratta, cesellate dal legno e col legno.

Perché nel mezzo del cammin della sua vita (non lo si legga né come una maledizione, figuratevi, né come un augurio, ma come una dantesca constatazione), Pilar ha deciso che era arrivato il momento di tornare sulla scena del crimine, la pubblicazione di un album di inediti, e nel farlo ha deciso di mettere se stessa donna al centro della narrazione, della poetica. Solo che, succede, credo mai per caso, durante la progettazione, la scrittura, l'ideazione di Luna in ariete, Pilar è rimasta incinta, fatto che ha scombinato le carte in tavola. Sì, perché essere incinta, qui vado a braccio non avendone ovviamente esperienza diretta, cambia sì le prospettive rispetto alla vita, ma cambia anche il corpo, fatto questo evidente a tutti. Cresce la pancia, modificando la postura, crescono i seni, che si gonfiano, tutti gli organi interni si predispongono per fare spazio al nascituro. Cambia di conseguenza anche il modo di sentire il proprio corpo, per una donna, e se la donna è cantante, anche il modo di sentirsi, di farsi sentire. Tutto questo è lì, cristallizzato nelle note, nella sua voce, matura già prima di questo evento, ma ora maturo e femminile e femmineo in maniera differente. Non è cambiata invece la scrittura, o quantomeno non ne abbiamo riscontro, essendo il corpus di questo lavoro precedente alla gravidanza.

Ma se dico come ho detto che non può che esserci una consequenzialità tra la scelta di mettere il femminile e il corpo al centro della scena proprio nel momento in cui il corpo sta per predisporsi alla gravidanza, alla prima gravidanza in una età che avrebbe potuto lasciar pensare che di gravidanze non ce ne sarebbero più state, o mai state, a seconda di come la si voglia vedere, non lo dico per una sorta di fatalismo naif, quasi panteista, come potrebbe dirlo uno di quelli che poi escono e abbracciano un albero, lo dico perché sono convinto che in fondo corpo e mente si allineino assai più di quanto la ragione non ci possa spiegare e raccontare. Mi piace pensarla così.

Del resto le canzoni dell'album, quelle canzoni che noi sentiamo cantate magistralmente da Pilar, una Pilar incinta nel momento in cui le ha incise, sono una sorta di corpo a corpo, fisico e sentimentale, sessuale e spirituale, che ci costringono, da ascoltatori non passivi, a manipolare la musica che ci arriva addosso, a coprircene manco fosse un plaid, o per dirla con le artiste da cui questo mio scritto è partito, uno di quegli umori, penso a Karen Finley, con i quali le performer erano solite ungersi sul palco, nel tentativo mai vano di fluidificare quello che era solido e soprattutto di rendere visibile quello che il sangue femminile ciclicamente trasforma da metaforico in quotidiano.

Non voglio entrare nello specifico, non mi compete, sono un uomo, ma Pilar ha l'insolita, se non addirittura unica, capacità di mettere sotto forma di canzone proprio questo continuo fare i conti con la carne, la propria, quella dell'amato, quella di un figlio, la carne pulsante del mondo, di mettere in sincrono il proprio cuore, e immaginatevi un cuore che pulsa nonostante la carne che lo copre, nel suo caso specifico carne che si espande per la gravidanza, seni che scoppiano, la pancia che cresce, evidenziando quella riconoscibilissima linea scura, ecco, Pilar ha l'insolita, se non addirittura unica, capacità di mettere sotto forma di canzone proprio questo continuo fare i conti con la carne, la propria, quella dell'amato, quella di un figlio, la carne pulsante del mondo, di mettere in sincrono il proprio cuore col cuore del mondo, lo si intenda come insieme degli altri esseri viventi o, più immaginificamente, come creato tutto.

Ma a differenza delle artiste da cui sono partito, perché è evidente che delle differenze ci sono, non solo per l'assenza di quella spasmodica ricerca della provocazione, anche provocazione musicale, non solo estetica e del gesto, ma soprattutto per una volontà ferrea di affrontare la forma canzone, seppur con una lettura alta, teatrale, come qualcosa di definitivo, che non necessita orpelli visivi, tattili, a differenza delle artiste da cui sono partito, infatti, Pilar non risulta mai ostile all'ascoltatore, neanche quando gli apre cantando le ferite, o quando cantando mostra le sue, di ferite, mette a nudo il cuore pulsante cui si faceva cenno poche righe qui sopra. Anche in questo il corpo elevato a emblema, il suo corpo di donna che canta, di donna incinta che canta, è totalmente sprovvisto di spigoli, solo curve placide, raro momento in cui archetipo e stereotipo si incontrano e si fondono.

Su tutto questo, e non è poco, c'è una legnosità, da intendersi non come staticità nel movimento, tutt'altro, ma come spostamento della sostanza da aeriforme a solida, che ha pochi eguali nella nostra attuale scena musicale.

Le canzoni di Pilar sono solide, uno le può toccare come fossero, appunto, pezzi di legno, appartenenti allo stato naturale delle cose. Lo sono in virtù di una scrittura adulta, quella di Pilar e di Federico Ferrandina, al suo fianco in quasi tutte le composizioni a eccezione de Il suono dell'universo, e di una produzione, curata da entrambi gli artisti che ha appoggiato su strumenti acustici, dalle chitarre agli ottoni, passando per gli archi, praticamente tutta l'esecuzione. Un suono di legno, appunto, che grazie alla voce di Pilar, potente e sensuale, avvolgente e sessuale, si fa carne. Canzoni che affondano le radici nei suoni del mondo, in quella che è una musica che si fatica a definire leggera, anche se leggera è, perché alta, altissima, seppur saldamente ancorata alla terra, specie alla terra del sud del mondo, quello più vero, più sanguigno, torniamo sempre lì.

Ora, se Luna in ariete è senza ombra di dubbio uno dei più bei dischi usciti in questo anno di fine decennio, è altresì indubbio che Pilar sia gigantesca anche quando canta dal vivo, di qui l'invito imperituro a andarla a sentire in concerto alla prima occasione che capiti dalle vostre parti. Assisterete a uno spettacolo incredibilmente vivido, senza gli eccessi di una Cosey Fanni Tutti, credo di poter dire senza possibilità di essere smentito, ma altrettanto sconvolgente sul piano emotivo. Perché a volte non è necessario mettersi a nudo per essere nudi di fronte agli spettatori, e non si leggano queste parole come nota di biasimo per quelle artiste incredibili, intendiamoci, solo che non sempre serve concentrarsi su peli, capezzoli, smagliature, insenature per parlare di corpi, non serve strusciarsi i sesso per essere carnali, basta semplicemente lasciare che una voce e delle canzoni che le danno agio di esaltarsi ci saltino addosso e ci avvolgano nel più caldo degli abbracci, di quelli che preludono altro.

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