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Bellezza, speranza, novità: tutte parole femminili. Prendete nota di queste cantautrici...

April 29, 2019

 

Siamo giunti alla fine di questa breve rassegna. Uso un termine non consono a un insieme di articoli che portano la stessa firma, probabilmente. Ma di rassegna, ai miei occhi, si tratta. Quantomeno di una rassegna non rassegnata. Perché, lo ripeto per l'ultima volta, vista la data di uscita di questo articolo, tutti questi articoli usciti quotidianamente negli ultimi dieci giorni, articoli nei quali ho raccontato, alla mia maniera, ben più di dieci cantautrici contemporanee, sono usciti con la finalità non solo di raccontare i lavori di artiste assai meritevoli, ma anche per sottolineare come queste artiste, come molte altre, qui si è messa in pratica una selezione dovuta essenzialmente a dei paletti temporali, di dischi usciti da fine estate a oggi si tratta, e di gusto, il mio, tutte queste artiste, quindi, sarebbero potute serenamente salire sul palco del Concertone del Primo Maggio a Roma, se solo gli organizzatori non avessero deciso di praticare una discriminazione, foss'anche involontaria, nei confronti delle donne. Il tutto sotto l'ormai familiare, tristemente familiare visto il motivo che mi spinge a tirarlo fuori dal cassetto, ciclicamente, hashtag #LaFigaLaPortoIo.
Siamo giunti alla fine di questa breve carrellata, e siccome il tempo, capita spesso nella vita, è assai meno del necessario, oggi darò vita a una forzatura, mettendo una a fianco all'altra artiste assai differenti tra loro. Con il solo fil rouge dell'essere cantautrici, certo, e dell'essere quindi donne. Qualcosa che, me lo avessero raccontato a freddo, mi avrebbe fatto girare le scatole, perché fare distinzioni di genere non è sport che amo particolarmente, anzi, odio con tutto me stesso, al pari della ginnastica a corpo libero, ma vista la situazione oscena di sessismo e discriminazione, usiamo le parole giuste, in cui ci troviamo, non posso che sposare le quote rosa, e vestire incautamente i panni del femminista. Anche perché, per motivi che mi sfuggono, almeno nel settore musicale sembra che le femministe, in Italia, latitino. O forse non esistano proprio, vallo a sapere. 
Per cui ben venga un uomo con la barba e i baffi che indichi la luna, dietro il famoso dito. Quell'uomo sono io.

 


E visto che di luna si parla, è per me doveroso, oggi, rendere alle organizzatrici del Lilith Festival di Genova il giusto tributo, fin qui rimasto inespresso non per mancanza di conoscenza o di volontà, ma proprio perché quando si è in guerra, e questa è senz'altro una guerra, tocca mirare preciso al nemico e non lasciare modo di essere colpiti. Il Lilith Festival, in questo, avrebbe mostrato il mio fianco, perché di eccezione felice alla regola che vuole le donne tenute fuori dai festival si tratta. Anzi, è un festival, il Lilith, totalmente al femminile. Gestito da donne, tre cantautrici che rispondono al nome di Cristina Nico, Sabrina Napoleone e Valentina Amandolese, e tutto dedicato a artiste donne, italiane con anche incursioni straniere. Un Festival nobile, proprio per questa attenzione rivolta a chi, in genere, non ha modo di prendere parte a manifestazioni di tal fatta. Un Festival che è diventato un appuntamento per chi segue con attenzione questa scuola, ripeto, diamo i nomi giusti alle cose, e per chi di questa scuola fa parte. Unica realtà del genere in Italia, a condividere con il Premio Bianca D'Aponte, che però è un premio e non un Festival, il compito di tenere accesa l'attenzione verso un mare montante di artiste ben più che meritevoli e talentuose.
Il primo lavoro di cui voglio parlarvi oggi, e qui veniamo al Lilith, è di una delle tre promotrici di questa isola felice, Cristina Nico. Seconda prova dopo il mirabilissimo Mandibole, uscito nel 2014, è da poco uscito L'eremita, lavoro maturo che ci presenta una cantautrice che non ha paura di fare i conti con un cantautorato che flirta con certo rock anni 70, sempre attenta a far sì che i testi, curati e taglienti, poggino sulle armonie, seguendo il filo della melodia, come un Fossati prima maniera. Ecco, Cristina Nico è una cantautrice solida, che affronta la forma canzone con una urgenza che la porta a mettere nelle canzoni parole scomode, pesanti non nella forma ma nella consistenza. Sonorità mediterranee, anche nel suo caso, perché nel corso di questa rassegna abbiamo trovato più di un riferimento ai suoni che costeggiano il nostro mare, ma con una matrice decisamente genovese. Disincantica è una delle tracce migliori, incaricata non a caso di aprire le danze, ma anche il brano che regala il titolo al tutto, L'eremita è decisamente degna di nota, come la conclusiva e irrequieta Caleidoscopica. Tutto il lavoro, compresi gli intermezzi strumentali, viaggia però molto in alto, giustificando i tanti anni trascorsi tra le due opere fin qui pubblicate.

 

Stesso discorso varrebbe per la collega lilithiana Sabrina Napoleone, tornata di scena ormai un anno e mezzo fa, quindi fuori dai paletti che mi sono autoimposto per poter finire tra queste righe, con Modir Min, album che però ha un grande valore sia in termini di sperimentazione, sul piano compositivo e sul piano lirico. E così, intanto ve l'ho segnalato. Come vi segnalo un altro album off topic, in quanto a data di uscita, risalente infatti a circa un anno fa,

 

Tempus fugit della cantautrice Maria Devigili, anche lei artista con la chitarra elettrica in braccio e una voglia di scardinare gli stereotipi a suon di canzoni taglienti e avvolgenti.
Fine della gita fuoriporta.

 


Di tutt'altra natura è invece il nuovo lavoro di Erica Boschiero, cantautrice veneta messasi in grande evidenza all'uscita del suo secondo album, nel 2015, Caravanbolero, con il quale andò a prendersi buona parte dei premi a disposizione in giro per l'Italia (sorte, per dire, toccata l'anno scorso a Roberta Giallo, altra artista da tenere bene in mente) e recentemente tornata di scena con un album che la vede al fianco di Sergio Marchesini, fisarmonicista di grande rilievo, e con i dipinti di Paolo Cossi, in un bel progetto edito da Squilibri, casa editrice da tenere in gran conto. Il titolo del lavoro, E tornerem a baita indica nella montagna, e più nello specifico nelle Dolomiti, il cuore di questo lavoro. Lavoro lungo il quale Erica Boschiero ci incanta con una voce che, fosse nata nella west coast nei primi anni Settanta, la vedrebbe ora indicata come regina di un genere che lei prova a far suo in italiano.

 

Ballate acustiche, lievi, minimali nei suoni, sempre curati e giusti, dove le tinte a acquarello vincono sui colori forti, dove si prova a volare alto e al tempo stesso a rimanere coi piedi in terra. Qualcosa che fa venire in mente la tradizione, anche se di tradizione lontana da quella cui in genere si pensa nel nostro paese, più votato ai suoni del sud, si tratti di Napoli, ovviamente, o dell'oggi alla moda Puglia. Canzoni lievi, che raccontano storie di vita vissuta. Un lavoro importante, anche questo, forse meno immediato del precedente, più ricercato nel concept, ma sicuramente destinato a rimanere per chiunque abbia a cuore il cantautorato e il cantautorato al femminile.

 


Sempre su suoni acustici è giocato anche un altro secondo lavoro, oggi sembra andare così, quello di Sara Romano, artista siciliana, che porta il titolo Saudagorìa. Un lavoro giocato su pochi strumenti, tutti legati a legno e corde, ma soprattutto a una voce altrettanto importante di quelle descritte fin qui, e a una capacità di scrivere storie di sofferenza, sempre e comunque con un punto di vista dal basso, che rende le canzoni spesso dolenti, mai disperate o disperanti. Una scrittura, quella della Romano, che gioca con stilemi prevalentemente d'oltreoceano, dal country al blues, con anche venature latineggianti messi in risalto dal contrappunto degli archi, ma che si fa originale proprio per quella voce che così prepotentemente entra in scena a raccontarci le vite di chi fatica a vivere. Tutti brani di questo lavoro sono all'altezza di un talento cristallino, dall'iniziale Nella neve a quella che da il titolo al tutto, passando per D.A.N.A., come in altre tracce con il siciliano a prendere il posto dell'italiano, o nella neilyoungiana Malatempora, una piccola perla. Anche in questo caso di buon ritorno si tratta, anche grazie alla felice produzione di Marco Corrao e di Michele Gazich, gioiamone.
Stiamo scivolando giocoforza verso la fine. Perché per quanto io sia prolisso articoli troppo lunghi richiedono troppo tempo e oggi sembra di tempo ce ne sia sempre poco.
Ma prima di lasciarvi voglio raccontarvi, più fugacemente, altri tre lavori che meritano di essere raccontati, o almeno menzionati.
Il primo è il lavoro di esordio di una artista marchigiana, Marta De Lluvia, un lavoro dal titolo Grano. Un lavoro giunto a coronamento di otto anni di lavoro sulla forma canzone, e grazie al lavoro svolto con l'artista recanatese insieme a Giua, cantautrice di cui abbiamo parlato tre giorni fa in questa stessa

 

rassegna, e dell'arrangiatore Raffaele Abbate. Un lavoro che vede anche la partecipazione di due mostri sacri della canzone italiana, da una parte Armando Corsi, chitarrista preziosissimo già a fianco di Fossati e De André, dall'altra Stefano Cabrera degli Gnu Quartet. Otto anni durante i quali Marta ha scritto canzoni, mettendole poi da parte. Canzoni che raccontano la vita, i sentimenti, i cambiamenti. Canzoni che sono poi finite dentro questo lavoro che è quindi una sorta di diario in musica di questo lungo periodo. Otto canzoni per otto anni. Più una nona traccia, Ojos azules, un canto tradizionale andino. Brano che affronta l'amore da un punto di vista particolare, cioè mettendo in discussione la certezza che dietro una promessa di eternità ci sia in effetti una qualche sicurezza. Del resto è proprio sui contrasti che Grano è basato. Desiderio contro paura, certezza contro instabilità, movimento contro equilibrio. Un lavoro molto maturo, per essere un esordio, impreziosito da dettagli sonori e da una classicità che viene interpretata con piglio fiero e leggero. Anche qui, un album che fosse uscito di penna e di bocca a un uomo farebbe gridare al miracolo, si pensi a brani come I dervisci o Tendenzialmente, Romanticismo forse, in compagnia di Giua, o la poesia di I piedi sulla terra per capire di cosa sto parlando. Un esordio che promette molto, e molto già mantiene.

 

Altro notevole esordio è Il giardino segreto di Miriam Foresti, giovane cantautrice romana di nascita e aquilana di adozione. Italianissima, quindi, ma con i piedi ben piantati nella tradizione musicale d'oltreoceano, tra gospel, blues, jazz e quel pizzico di folk che l'imbracciare la chitarra acustica le fa venir naturale. Canzoni che suonano ariose, su una voce melodiosa, jonimitchelliana, tanto per citare la musa cui è ispirata la piccola perla Persa nel blu. Un esordio, anche questo, che suona ben piantato al suolo, solido e resistente alla fragilità della musica d'oggi, così spesso devastata da ascolti distratti e frammentari. Ecco, credo che il solo modo per sopravvivere a tutto questo, alla musica ovunque e in qualsiasi momento, alla musica che esce dallo smartphone come dalle casse del supermercato, sia dedicarsi anima e corpo alla qualità, tirando il freno a mano in corsa, a rischio di un testacoda, mettendoci di fronte a suoni che arrivano da lontano, nel tempo e, nel caso della Foresti, anche nello spazio, ma che proprio per questo pretendono e possono portarci altrettanto lontano, nel tempo e nello spazio. Non è un caso che al suo fianco ci sia, in un brano dedicato a Nick Drake come I know a place, ballad jazzata, e in Domani ricomincio, quel mostro di Javier Girotto, uno capace di immobilizzarci di fronte alla bellezza delle note tirate fuori dal suo sassofono. Anche lei, per dire, su quel palco ci sarebbe stata proprio bene, peccato sia nata femmina.

Altro esordio notevole è quello di Valeria Crescenzi.

 

Esordio arrivato dopo anni di canzoni e di esposizione anche mainstream, si pensi a X Factor o a Sanremo Giovani. Forse proprio per essersi mossa in ambiti mainstream, o contigui al mainstream, hanno indotto Valeria, umbra, cantautrice e flautista, a intraprendere una strada autarchica, di autoproduzione totale. Quindi Imperfetto, suo album d'esordio, è fuori dalle logiche di mercato, percorso che, visti i tempi che siamo vivendo, andrebbe presa a modello. La sua scrittura, in costante compagnia di Antonello Armieri, è giocata su suoni acustici, forte sia di una voce calda e chiara, sia dell'uso del flauto, è al tempo stesso classica, fuori dal tempo, che originale, fuori anche dei confini nazionali. Personalmente sono legato a un brano in particolare, Unghie, finito dentro la seconda antologia Anatomia Femminile 2.0, ma tutte le tracce, compresa la cover, Oddio mica so se dica così anche nel caso di O mio babbino caro di Puccini, sono perfettamente a fuoco, al punto che viene davvero la malinconia nel pensare che se le possiamo ascoltare non è per volontà di un discografico, ma della stessa Valeria Crescenzi. Ma tant'è, siamo in Italia nel 2019, che ci possiamo fare, a parte tenere costantemente la attenzione accesa verso chi fa della bella musica?
Mi sono davvero allungato oltre ogni dire, ma ne valeva la pena, ma prima di congedarmi almeno

 

momentaneamente da voi, perché domani ci sarà un articolo cui tengo molto, ma che in qualche modo si sposta un po' a lato di questa rassegna, vorrei menzionare due album e due artiste che

 

meriterebbero più attenzione, e su cui mi impegno a tornare presto. Parlo di Sue, cantautrice lombarda che ha dato alle stampe Strane intuizioni, album tra pop e folk che mette in evidenza una vena leggera e ironica davvero originale, e Lupita, cantautrice italo-messicana che col suo Decisioni di pancia mette in scena una multiformità di composizioni davvero incredibile. Qualcosa che è talmente vario e eclettico da spiazzare, ma di felice spiazzamento si tratta. Segnatevi questi due nomi, ne sentirete parlare.


 


 

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