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Marian Trapassi, Veronica Marchi e Giua, tre differenti modi di cantare il cambiamento

April 27, 2019

 

Garrincha è, o forse è stato. un esempio fulgidissimo di come certi ostacoli che la vita ti mette davanti possano diventare leve con le quali sollevare il mondo. Conoscete la sua storia, suppongo, colpito piccolissimo dalla poliomelite, già piuttosto malconcio sin dalla nascita, il piccolo Garrincha si ritrovò un paio di gambe storte, una più corta dell'altra. Nessuno avrebbe mai scommesso un centesimo su un suo futuro nel mondo del calcio. Invece, proprio l'avere gambe incapaci di compiere movimenti corretti gli permise di diventare un campione, l'uomo dal dribbling più imprevedibile di sempre. La sua anomali divenne il suo punto di forza, quello che poteva essere un handicap, lo era in realtà, la sua cifra di campione. 
Ora, sul perché io abbia cominciato un articolo che intende presentarvi un gioiello come Bianco di Marian Trapassi parlandovi dei problemi di deambulazione di un campione del calcio Brasiliano della seconda metà del Novecento potrebbe suonarvi oscuro, ma è un fatto che la cantautrice siciliana di stanza a Milano ha incontrato nel suo percorso artistico il suo momento buio, qualche anno fa, quello che avrebbe indotto qualsiasi artista a entrare in depressione, e a pensare al ritiro. Un serio problema alla voce, che per un po' di tempo le ha fatto davvero pensare al ritiro. Da quel momento buio è nato invece un lavoro di rinascita, che le ha in qualche modo fatto scoprire altri colori della sua voce, per necessità più che per scelta, e l'ha indotta a percorre strade per lei inesplorate. Come in un racconto zen, direbbe qualcuno che di oriente di occupa. Marian ha poi risolto i suoi problemi, probabilmente anche grazie a un atteggiamento positivo nei confronti delle avversità, e si è trovata di fronte a una nuova ricchezza, il suo nuovo modo di cantare, più leggero, appoggiato su note più esili ma non per questo meno interessanti e importanti, e il vecchio, ritrovato. Una gamma molto più ampia, che le ha ovviamente posto di fronte la possibilità di scrivere canzoni differenti rispetto a quelle scritte in passato, come se due artiste vivessero in lei.

 

 


Se quindi il precedente Bellavita, arrivato dopo un soggiorno sivigliano, e dopo l'aver affrontato un percorso per superare i problemi alla voce, era un album quasi sussurrato, dove la voce si faceva a volte recitante, proprio per sopperire a una momentanea mancanza dovuta ai problemi alle corde vocali, Bianco è un album che congiunge la Marian Trapassi dei primi tre lavori, una cantautrice che appoggiava sulla voce una scrittura composita, classica, per certi versi, ma al contempo originale, con quella vicina al teatro-canzone dell'ultimo periodo. La Marian Trapassi che ne esce fuori è una artista per certi versi nuovi, e nel dirlo rivendico l'essere sempre stato un suo strenuo sostenitore, essendo lei stata presente sin dall'inizio in Anatomia Femminile, progetto che al cantautorato femminile era appunto dedicato, e anche nel successivo Festivalino di Anatomia Femminile. Oggi, grazie a canzoni canzoni come Blu, terzo singolo uscito in concomitanza con Bianco, brano incarnato a raccontarci una sorta di ripartenza sacchiana della Trapassi, gioco ancora sul calcio, o più pragmaticamente una rinascita, come Solo una parola, Futuro, Mia madre e Mio padre, Marian Trapassi torna come una delle firme più importanti di una scena, quella femminile, da lei spesso raccontata, davvero variegata. 
Una firma femminile, lo ripeto, come del resto la stessa Marian non ha mancato di ricordarci in carriera, come è successo durante il tour collettivo Vita da cantautrice, durante il quale la Trapassi ha condiviso il palco con le colleghe Roberta Carrieri, Pellagatta e Sara Velardo.

 


Una firma femminile che, seppur con una produzione ponderata, che nel corso di quasi venti anni ci ha regalato solo cinque album, è diventato un pilastro del cantautorato femminile e da lei si dovrebbe partire nel guardare a questa scuola come a un centro nevralgico della attuale musica italiana.
E visto che di artiste che in qualche modo possano farsi fondamenta, praticando una forzatura, forzatura che mi è concessa in quanto autore di questo articolo e in quanto promotore di questa urticante iniziativa che si muove dietro l'urticante hashtag #LaFigaLaPortoIo, nata come provocazione verso gli organizzatori del Concertone del Primo Maggio di Roma, incapaci di intercettare il cantautorato femminile nel momento in cui hanno messo insieme il cartellone dell'evento, chiamando solo uomini a salire sul palco, ecco, praticando una forzatura metto al fianco di Marian Trapassi un'altra artista che, a mio avviso, ha a suo modo portato avanti il cantautorato femminile con originalità ma senza tenere sempre di vista la classicità del genere, Veronica Marchi. 
A fare da fil rouge, servisse, la collaborazione tra le due all'interno dell'album alle donne dedicato da Marian, Vi chiamerò per nome, nel quale collaborava con un manipolo di validissime cantautrici italiane, da Diana Tejera a Syria, passando per Emy Berti, Lubjan, Mirella Lipari, Valentina Gravili e, appunto, Veronica Marchi. Veronica coinvolta anche lei nel progetto Anatomia Femminile sin dal suo esordio, parliamo ormai di quasi otto anni fa, e anche lei poi nel Festivalino di Anatomia Femminile, sia nella versione virtuale che in quella fisica andata in scena a Sanremo. 

 


Veronica è una artista che ci ha regalato, nel corso degli altri, un cantautorato cristallino, quasi sempre accompagnato da suoni scarni, essenziali, spesso acustici. Col suo nuovo lavoro, esattamente come è successo per la Marian Trapassi di Bellavita, è arrivato un cambianto. Stavolta senza apparenti interventi del destino, garrinchiani. Semplicemente per la volontà di testarsi su nuovi suoni, quindi verso un mondo più esplicitamente pop, a volte anche elettronico. A contribuire il producer Stefano Giungato, che è anche riuscito, impresa ostica visto che Veronica ha sempre dato un particolare risalto alla sua voce così chiara e limpida, nuove sfumature allo strumento naturale di cui la cantautrice veneta è dotata. Anche i testi delle canzoni, ovviamente, hanno seguito il nuovo percorso di Veronica, affrontando il tema del cambiamento, del confronto con l'altro, col mondo, aprendo in qualche modo Veronica, a tratti fin qui più riflessiva e introversa, verso il mondo esterno. 

 


Il risultato, Non sono l'unica il titolo del suo album, è sorprendente. Non perché la precedente Veronica Marchi non lo fosse già di suo, sorprendente, ma perché un lavoro apparentemente più di sistema ci ha regalato una artista in stato di grazia, come brani come Capita o L'unica, a loro modo già dei classici del suo repertorio, dimostra. Essere leggere è un dono, saperlo ulteriormente diventare è frutto del lavoro, evidentemente. Talento e lavoro messi insieme non possono che dare frutti prodigiosi, questo si desume dall'ascolto delle otto tracce di questo album che arriva al momento giusto, questo.
E visto che di artiste di lungo corso stiamo parlando, allungo il discorso a una terza artista che, come le sue colleghe Marian Trapassi e Veronica Marchi, gioca con la forma canzone classica rendendola sua. Sua, dovrei dire sue, più che sua. Perché dalle canzoni che sono finite nel suo ultimo album, Piovesse sempre così, di Giua, al secolo Maria Pierantoni, di Giua se ne vedono ben due, entrambe ben definite, nitide, precise. Da una parte c'è una vena ironica, a volte sarcastica, sempre scanzonata e vagamente rock, dall'altra quella intimista, delicata, a tratti struggente. Entrambe sembrano vere, quindi lo sono. Perché forma è sostanza, ovunque ma mai come in musica. 
Giua è tutto questo, e verrebbe da dire molto altro ancora. Una cantautrice cantautrice, come del resto già ci aveva mostrato nei precedenti lavori, sia quelli in solitaria sia quello con Armando Corsi, maestro di chitarre già al soldo dei grandi della canzone genovese. Una artista da tenere con cura, come si fa con le cose preziose. 

 

 


Dovendo raccontare le due anime di Giua, quella struggente e intimista e quella sfrontata e ironica, menzionerei sicuramente nel primo gruppo La luce delle case, impreziosita dal violoncello del brasiliano Jacques Morelembaum, già di fianco a Caetano Veloso come a Jobim, e soprattutto Tutta l'aria che ci vuole e Aprile, due brani che andrebbero studiati come trattati di armonia, e fatti ascoltare come nella cura Ludovico ai tanti trapper che appoggiano le loro composizione sempre su tre accordi, sempre quelli, nell'altro il singolo Feng Shui, con un cameo di Carla Signoris, in cui a essere preso di mira è quella genia di donne che si sono adeguate agli stereotipi su di loro costruiti, poi Macchina improbabile e Cosa penserà la gente, vera e propria invettiva contro i benpensanti sempre pronti a giudicare. 

Una artista matura, la Giua di Povesse sempre così, degna di stare nella stessa casella dei tanti conterranei cui si è evidentemente ispirata nel cercare, e presto trovare, la propria cifra. Si pensi a un Fossati, o a un De Andrè. Questo ci dicono le canzoni appena citate.
Ma come nel caso dei lavori di Marian Trapassi, Bianco, e di Veronica Marchi, Non sono l'unica, tutte le canzoni che compogono la tracklist di Piovesse sempre così di Giua meritano di essere ascoltate, e avrebbero meritato di passare dal Concertone del Primo Maggio di Roma, se solo gli organizzatori non avessero avuto questa palese avversione verso la femminilità. 

 


 

 

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