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Silvia Oddi, la ragazza con la chitarra elettrica

April 22, 2019

Una donna con la chitarra elettrica.
Partiamo da due punti differenti. Due punti differenti che non si incroceranno, non necessariamente.
Sono cresciuto col mito di Wendy and Lisa. Chi le conosco non si sta domandando il perché io ci sia cresciuto, col loro mito. Chi non le conosce dovrebbe vergognarsi, andare a conoscerle, e poi ripresentarsi, senza star qui a porre domande inutili. Ho adorato e ancora oggi, proprio a ridosso dell'anniversario della sua scomaprsa, adoro Prince, sicuramente uno degli artisti del secolo scorso e di questo inizio di secolo più importanti, significativi, iconici. E avendo adorato Prince non posso non aver adorato tutto quel che vi ha girato intorno, sopratutto i punti di forza come Wendy and Lisa. Credo che il video di Waterfall, come il passaggio del film Purple Rain in cui Prince interpreta da par suo la canzone eponima, abbiano contribuito alla mia formazione estetica come pochi altri momenti della mia giovane vita di adolescente. Lei lì a suonare la chitarra elettrica bianca, in reggiseno. Roba da dare le testate contro il muro, per uno che al massimo poteva ambire a vedere le proprie coetanee suonare il piffero di plastica a scuola, per altro pratica ancora in voga oggi, nel 2019.
Questo è uno dei punti da cui parto.
L'altro è con un lieve forward, a fine secolo, o forse anche a fine millennio, fate voi. In quello che all'epoca si chiama underground, o alternative, padre putativo di quella cagata che oggi chiamiamo indie o itpop, insomma, quel genere multiforme e creativo che ruotava intorno alla Mescal e al Tora! Tora!, festival diretto da Manuel Agnelli, espolde la prima cantautrice in grado di ritagliarsi un posto di rilievo nella scena. Non perché fosse in effetti la prima cantautrice, ma perché per prima si è ritagliata uno spazio, la stima dei colleghi, quella del pubblico, Cristina Donà. Di lei ho molto parlato, all'epoca, con lei c'è stato una grande storia di amicizia, e anche una proficua collaborazione artistica, cristallizzata in due libri, God Less America, da entrambi firmato, che raccontava la storia di un nostro coast to coast negli USA sulle orme dello Sprignsteen di The River, e Parlami dell'Universo, la sua biografia, da me firmata. Non intendo parlarne oggi, perché non è di lei che si parla in questo articolo. Ma che lei sia stata la più iconica delle cantautrici indipendenti in quella porzione di tempo che corre tra la fine dello scorso millennio e almeno la prima decina di questo non credo che sia opinabile, così come che il suo essere così iconica ha in qualche modo indotto una quantità incredibile di giovani aspiranti cantautrici a imbracciare la chitarra acustica, tutte al suo culto affiliata e in qualche modo sue piccole cloni, o quantomeno wannabe Cristina Donà. Niente di deprecabile, intendiamoci, ma è come se di colpo, e qui provo a far incontrare i due punti di partenza, per poter poi partire per la tangente e iniziare a parlarvi del vero argomento di questo articolo, la chitarra elettrica, quella imbracciata da Wendy Melvoin, fosse sparita di scena. Sempre che in Italia ci fosse mai entrata. Relegata al mondo dei sogni, più che a quello reale. Tante, tantissime chitarre acustiche, classiche, di ogni tipo e foggia, ma nessuna chitarra elettrica, bye bye Wendy and Lisa.
Veniamo a oggi. Al secondo capitolo di questa nuova saga de #LaFigaLaPortoIo, capitolo che prende il filo da Veronica Pompeo, di cui ho parlato ieri, e che proprio per dimostrare che il mondo femminile è assai più vario di quanto stupidamente si possa pensare, propone oggi un piatto assai differente da quello presentato ieri. È infatti uscito il secondo e nuovo album di Silvia Oddi, la ragazza con la chitarra elettrica. Mi potrei fermare qui, e facendovi voi carico di interpretare andando un po' oltre il didascalico quanto scritto sopra dovreste correre a comprarvi Niente a Metà, questo il titolo del lavoro da poco sfornato, cercando di capire quanto di Cristina Donà e di Wendy and Lisa si trova in queste otto tracce. Ma oggi sono in vena di scrivere molto, come del resto sempre, verboso spesso oltre il dovuto, ridondante tanto quanto autocelebrativo, insomma, io, per cui provo a andare oltre, dicendo quel che avevo intenzione di dire fin dall'inizio. 
Ho conosciuto Silvia Oddi, prima musicalmente, poi anche di persona, con l'uscita del suo primo album, Ingenua felicità. La prima cosa che mi ha colpito, oltre al fatto che Silvia suonasse la chitarra elettrica, e la suonasse anche bene, è il fatto che aveva al suo interno due essenze molto definite, capaci clamorosamente di convinvere. Una, pop, che le faceva tirare fuori motivi che non avrebbero sfigurato negli anni 80, cioè nel momento in cui la new wave e il pop flirtavano in maniera piuttosto pesante, limonando duro, per dirla con il poeta, l'altra, punk, che sebbene sempre ironica e mai violenta, le faceva approcciare la forma canzone con irriverenza, giocando con le convenzioni, piegando i generi, giocando coi canoni. In mezzo un vena quasi funk, presente nel suo modo caratteristico di accompagnarsi con la chitarra elettrica, un modo riconoscibile, per questo già degno di nota. Non è un caso che Silvia sia stata presente sia la Festivalino di Anatomia Femminile passato dal MEI che a quello arrivato a Sanremo, durante lo scorso Festival, e non è un caso che la sua gig abbia fatto muovere il culo oltre la mente, per dirla con George Clinton. 
E qui torniamo a Prince, sempre facendo le debite mossette che vanno fatte nel caso in cui si accosta una leggenda a una giovane artista. Silvia Oddi ci dimostra, con le otto tracce di Niente a Metà, di avere una vena da compositrice davvero interessante. Qualcosa che si distacca, in questo caso, dal punk suonato, giocando decisamente più su un genere che, lo facesse un maschietto, sarebbe sicuramente incasellato nel mainstream, ma nel suo caso va etichettato con altro nome, che so?, pfunk, dove la p sta per pop e il funk sta per funk, sentitela suonare e capirete, dove gli anni 80, come modello e anche come attitudine al mischiare alto e basso, convivono come fossimo esattamente allora, con in più un tocco femminile che, non dovrei neanche dirlo, decisamente aiuta. Silvia è un portento. È leggera, ma non superficiale, e come tutti quelli che sanno essere leggeri, è in grado in realtà di spiazzare a ogni riff, a ogni parola cantata. Perché con la sua leggerezza, tutta suonata, Silvia Oddi prova a riportare la musica, il pop, certo, ma anche il cantautorato, perché Silvia è una cantautrice, là dove in effetti da tempo non è più. 

 


La copertina in questo aiuta didascalicamente. C'è lei, come fosse la Harley Quinn di Suicide Squad o Negan di The Walking Dead, che affronta gli zombie della musica demmerda che gira oggi, la chitarra elettrica appoggiata sopra la spalla, come fosse la amata Lucille, mazza da baseballa con filo spinato annesso. Leggerezza, ironia, funk che flirta col pop, con quei synth che si intrecciano alle chitarre, la batteria sintetica a fare da tappeto sotto, più Rettore che Donà, più Viola Valentino che Carmen Consoli, più Silvia Oddi che altro. Dall'iniziale Mappamondo alla finale Kissenefrega, singolo incaricato di anticiparci il tutto, potenziale hit, se vivessimo in un posto in cui le canzoni diventano hit anche senza dover cedere le edizioni al network di turno, seguire Silvia per il percorso che ha progettato per noi è qualcosa di capace di riconciliarci con l'idea che anche oggi esistano ragazze con la chitarra elettrica, seppur stavolta in ampia compagnia di sintetizzatori vari. Niente a che vedere coi TheGiornalisti, non temete, si può essere leggeri senza necessariamente essere vacui, e si può guardare alla parte intelligente degli anni 80 riuscendo a risultare contemporanei. Ora, cara Silvia, a te il compito di essere la Wendy Melvoin delle nuove generazioni. Mo so' cazzi. 

 

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