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Di guerrieri, iene e tette piccole

April 17, 2019

Sono nato nel 1969. Sì, quest'anno faccio cinquant'anni, ma non è ovviamente di questo che voglio parlarvi.
Voglio invece raccontarvi di come abbia formato parte della mia coscienza al cinema, guardando e riguardando film che all'epoca mi sono sembrati incredibilmente formativi. Film che anche oggi mi sembrano incredibilmente formativi, a dirla tutta.
Sono tre film e a loro modo hanno plagiato e forgiato la mia giovane anima, facendo di me quel che sono ancora oggi.
Parlo di 1997 Fuga da New York, di John Carpenter, di The Warriors- I guerrieri della notte, di Walter Hill, e de Il bacio della pantera, di Paul Schrader.
Dovessi ordinarli cronologicamente dovrei dire The Warriors, 1997 Fuga da New York e poi Il bacio della pantera, usciti rispettivamente nel 1979, nel 1981  e nel 1982. Ma nei fatti credo di averli visti tutti intorno al 1981, 1982, presso un cinema di seconda e terza visione, in epoca pre-videocassette e ancor più pre-Sky e televisione on demand e streaming esistevano queste sale, spesso legate alle parrocchie o ai dopolavori di aziende importanti, nelle quali era possibile vedere film vecchi anche di qualche anno, film che tanto non sarebbero passati in tv di lì a poco. Funzionava così, negli anni 80.
Il cinema in cui li ho visti, così, per la cronaca, era dell'Enel, e aveva degli scomodissimi seggiolini in legno, di quelli che ti sformavano il culo, e visto che in questi cinema, una volta pagato il biglietto, si poteva rimanere anche per tutto il pomeriggio, guardando la stessa pellicola più e più volte. Del resto, all'epoca, non c'erano i posti assegnati, e capitava spesso, quando si andava a vedere un film anche in prima visione, di entrare a film iniziato e di rimanere poi a vedere come cominciava la storia allo spettacolo successivo, come per rimettere insieme i pezzi di un puzzle.
Ma non è di come funzionassero le sale negli anni 80 che vi sto parlando.
Vi sto parlando di come aver visto quei film lì ha contribuito a fare di me chi sono, il che non ha ovviamente nessuna valenza autocelebrativa, perché non ho certo detto che aver visto quei film abbia fatto di me un gigante o un figo, solo che mi ha formato per come sono, volendo anche per la merda che sono, se è questo che pensate.
Partiamo da The Warriors- I guerrieri della notte di Walter Hill. Non voglio raccontarvi la storia, stranota. Non sono un critico cinematografico, quindi non è mia intenzione neanche star qui a cantare le lodi di un film che, avendo toccato la mia giovane anima quando era appunto una giovane anima, non potrebbe che apparire ai miei occhi di cinquantenni come un capolavoro. Però quel film, con quelle atmosfere notturne, cupe, violente, ha sicuramente contribuito a fare di me un outsider. Uno che si abitua a attraversare le città in diagonale, magari anche un po' con la paranoia di avere tutti contro. Sicuramente uno che sa che può contare solo sull'aiuto di pochi cari, tutti con la stessa divisa, con la stessa provenienza (metaforizzo, amici lettori, non sto certo parlando di radici o geografie). Mi ha anche insegnato che spesso la massa, volendo anche le comunità, piccole o grandi che siano, tendono a sbagliare bersaglio, a addossare colpe senza star lì a ragionarci troppo su, anche se, questa la morale, alla fine giustizia viene sempre fatta. I buoni vincono, i cattivi perdono, e chi ha chiesto ai guerrieri se volevano giocare alla guerra muore.

 

Ecco, quella scena lì, “guerrieri, giochiamo a fare la guerra” credo sia una delle più potenti e evocative mai viste al cinema. Al pari, ma parlo di film che ho visto negli anni a seguire, decisamente con una approccio meno puro e candido, di quella in cui Nicholas Cage parla del suo giubbotto di pelle di serpente di Cuore Selvaggio di David Lynch, o del finale di Fight Club di David Fincher, con Edward Norton che stringe la mano a Helena Bonham Carter mentre crollano i grattacieli dicendole “mi hai conosciuto in un momento molto strano della mia vita”, con Frank Black dei Pixies che intona stralunato Where is my mind in sottofondo, o, per essere un po' più epici, la scena in cui Michael Madsen taglia l'orecchia al poliziotto in Le iene o quella in cui Larry Fishburne nei panni di Morpheus chiede a Keanu Reeves in quelli di Neo se vuole prendere la pillola rossa o quella blu. Scene iconiche per la  mia vita, come Eric Cantona che si scaglia con una mossa di kung-fu contro un tifoso avversario, o Roy Keane che urla “io non mento” al calciatore norvegese in forze al Leeds United Alf-Inge Rasdal Håland, dopo avergli spezzato in due una gamba.
Essere outsider e tenersi alla larga dalle masse, quindi. 
1997 Fuga da New York apparentemente si incammina nello stesso territorio. Lo Jena Plissken interpretato da Kurt Russel, un gigante in questo ruolo, è a sua volta un outsider. Un personaggio negativo, un delinquente, ma che ovviamente esce dal film come un eroe nel quale tutti noi, lì al cinema Enel, avremmo voluto identificarci. 
Ecco, la differenza di massima tra il film di John Carpenter e quello di Walter Hill sta nel fatto che, cupezza per cupezza, atmosfera apocalittica per atmosfera apocalittica, e ovviamente il film di Carpetner su questo ha potuto premere assai più sull'acceleratore, essendo una storia ambientata nel futuro, con una aura fantascientifica, da 1997 Fuga da New York la disillusione non esce mai di scena, neanche nel finale, e le indicazioni da segnarsi sul taccuino ci dicono che per sopravvivere non si deve contare neanche sui propri compagni di viaggio, quelli che vengono dal nostro stesso metaforico quartiere, la nostra banda. Jena Plissken è un solitario, ha pure un occhio solo, la vita non gli sorride e tende a sopravvivere contando solo su se stesso. Anche perché, altra grande lezione appresa guardando il film in questione, il potere è sempre corrotto e tende a buttartelo costantemente in culo, per non dire delle forze dell'ordine.

 


Il sequel, uscito una quindicina d'anni dopo, ci regala poi una visione ancora più apocalittica del futuro, fornendoci per altro suggerimenti luddisti nei confronti di quel che il vero presente ci sta ponendo di fronte che dovremmo fare nostri ogni giorno. Ne avessi avuta un po', all'epoca, sarei uscito dal cinema con in mano la decisioni di lasciarmi la barba incolta. Ho dovuto solamente aspettare qualche anno, il tempo che gli ormoni facessero il loro corso.
Ecco, visto che parlo di ormoni, è il caso di affrontare l'ultimo di questa terna di film. Ripeto, quelli che più di ogni altro hanno formato la mia coscienza. Poi potrei star qui a spiegarvi di come, negli anni Novanta, siano stati quelli di Tarantino o un Once were warriors, sempre guerrieri nei film che mi hanno formato, a indicarmi la via, ma qui parliamo di imprinting, e tanto è.
Terzo film della terna, in ordine di apparizione al cinema, e anche nella mia vita, è Il bacio della pantera, di Paul Schrader. Film che, essendo vietato ai minori di 14 anni, come anche i precedenti, non avrei dovuto vedere così piccolo. Ma all'Enel non c'era un reale controllo sull'età di chi entrava, e volendo avrei potuto assistere alla filmografia completa di Edvige Fenech o Nadia Cassini, non fossi stato sin da piccolo così pesantemente snob.

 


Ma poco cambia, perché se ho capito che il mondo femminile non era da guardare poi con così tanto sospetto come sin dalle elementari noi maschi continuavamo a ripeterci, è grazie a questo film, e soprattutto al passaggio sul grande schermo del Cinema Enel di una quantomai conturbante Nastassja Kinski. Nastassja Kinski che durante la pellicola, anche questa da ascrivere al genere fantastico, anche questa assai cupa, ma decisamente molto ma molto erotica, passava buona parte del tempo completamente nuda in scena. Dico questo, che cioè Nastassja Kinski era completamente nuda in scena, perché allora, nei primi anni 80, non è che capitasse molto spesso di vedere un nudo al cinema. Men che meno in televisione. Internet non era neanche nella testa di William Gibson, figuriamoci se era nei nostri cellulari (vedi sopra), per capire come funzionassero certe cose non rimaneva che ricorrere al passaparola di ragazzi più grandi, spesso più dotati di fantasia che di reali competenze, o di quei giornalini porno che, noi ragazzi di Via Veneto, trovavamo spesso nascosti nella piazzetta nella quale giocavamo a calcio tedesco, scemi che ancora preferivano il pallone a tutto. Ma prima di tutto questo, va detto, c'è stata lei, Nastassja Kinski. 
Una cosa meravigliosa, sottolineiamolo, come del resto non credo sia necessario raccontare a parole. 
Ricordo che anni dopo un compassato Mino Damato, all'epoca a condurre Domenica In, andò completamente in palla nell'intervistarla, come ubriaco dal suo fascino. E ricordo che un giovane Sergio Rubini ha dichiarato sinceramente di aver scritto e diretto un film decisamente prescindibile come La bionda al solo scopo di poter girare una scena a letto con lei. Come non capirlo.
La trama non ve la racconto, un po' per il medesimo motivo per cui non vi ho raccontato la trama degli altri due film, un po' perché, nonostante io lo abbia visto non so quante volte, non è che l'abbia del tutto capita. Roba di esseri umani che si trasformano in animali, e di incesti. Con Malcolm McDowell, quello di Arancia meccanica, a fare suo fratello, e soprattutto con lei, Nastassja Kinski, costantemente nuda e bellissima sotto i nostri occhi di preadolescenti imberbi.

 


Guardando questo film, lì al Cinema Enel, credo di aver capito cosa fosse la sessualità, o almeno di aver capito che la sessualità aveva un certo ruolo nei rapporti sociali. E credo ai aver subito un imprinting preciso riguardo l'universo femminile. Non credo sia una caso, parlo a spanne e senza controprove, che le tette grandi non abbiano mai avuto particolare effetto su di me, a differenza di quanto non faccia un bel culo (lo so, sono becero, ma stiamo parlando di adolescenti che guardano un film con una donna nuda, nei primi anni 80, seguitemi). E non credo sia neanche un caso che, nonostante io arrivassi da una famiglia particolarmente pudica, dove nessuno si era mai sognato di farsi vedere nudo da un altro membro della famiglia, avrei poi dedicato parte delle mie attività di critico musicale a scrivere e occuparmi della sessualizzazione e soprattutto della desessualizzazione della donna nella musica leggera italiana. È grazie a Nastassja Kinski, credo, che ho capito che un corpo è un corpo e che esibirlo o non esibirlo non ha certo un valore in sé, a non è neanche e non deve essere oggetto di scandalo. Perché se di scandalo si deve parlare è semmai il negarlo, l'appaltare la sessualità a degli stereotipi decisi ovviamente da altri. Stereotipi, immagino, che non vedrebbero in Nastassja Kinski un modello, poveretti.
Io ho un rapporto col mio corpo figlio della mia educazione, lo so, ma ci sto lavorando con costanza, anche grazie al Bacio della pantera, film inquietante e oscuro, lo confesso, ma che ben più di una qualsiasi scena di Edwige Fenech che fa la doccia spiata da Lino Banfi dal buco della serratura, o Nadia Cassini con mini abito da infermiera che si china mostra il culo, e che culo, a Bombolo, mi ha indicato come in effetti un corpo esibito possa rappresentare la bellezza, e come Sergio Rubini, in fondo, la sapeva lunga, per non dire di Quincy Jones, genio assoluto.
Tutto questo, ovviamente, all'epoca non l'ho capito. Riguardo nessuno di questi film. Ma se oggi sono come sono, nel bene e nel male, è anche grazie a questi tre film qui. 
La gang dei Guerrieri, di Coney Island, Jena Plissken con il suo serpente tatuato, questo era il suo nome in inglese, Snake, e il suo patch a coprire un occhio, e una assai giovane Nastassja Kinski, lì, nuda e bellissima. 
Ognuno ha le icone che si merita.

 

 

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