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La percezione degli altri- Della critica musicale pt.3

March 23, 2019

 

Giorni fa ho incontrato casualmente un amico, proprio siccome è facile incontrarsi anche in una grande città. Non lo vedevo da tempo, e nonostante ci si frequenti pochi, sono stato felice perché è affetto sincero che mi lega a lui. E reciproca stima intellettuale. Matteo, questo il suo nome, il nome del mio amico, mi ha presentato a una sua amica o collega, non ha specificato. Abbiamo chiacchierato un po' e io sono stato introdotto, succede spesso, credo per facilità, come il critico musicale più temuto d'Italia. Non che la cosa non risponda al vero, ma capisco sia più una scorciatoia che altro, un modo veloce per dare delle indicazioni di massima. Non volendo, anche Matteo mi considera ovviamente un amico, sminuirmi con quella frettolosa definizione, ha aggiunto altro. Tipo, “è lui quello che ha fatto tutto quel casino a Sanremo”, “mette insieme una penna corrosiva con competenza musicale” e qualcosa riguardo al mio articolo su Jovanotti in cui si parlava di zebre che si mordono vicendevolmente i testicoli. Tanto per mettere un po' più di colori nel quadro. Poi ha aggiunto una frase che mi ha fatto riflettere: “A leggerlo non lo diresti mai, ma nella vita privata è un catechista.” Matteo è di Padova, il cattolicesimo non gli è estraneo. Come non gli sono estranee le mie espressioni facciali. Ha colto una certa perplessità alla sua affermazione. Anche perché ho subito detto “Ma come? Se sono il critico più moralista di tutti?”
L'aneddoto finisce qui. Non è finita qui la piacevole chiacchierata con Matteo e la sua amica, intendiamoci. Perché poi abbiamo iniziato a parlare d'altro, proprio a partire dalle zebre di Jovanotti, ma il dubbio che in effetti io non sia credibile come catechista mi è rimasto.
Non è un segreto, credo di averlo scritto sicuramente in qualche libro, ma suppongo mi sarà capitato di farlo anche in rete, dentro qualche articolo, che mio padre, che è diacono, abbia a volte delle difficoltà nell'affrontare i miei articoli. Per quel linguaggio piuttosto diretto, duro, al limite del volgare (dove per limite si intende oltre il limite del volgare, credo). Un linguaggio che, essendo scritto, è ovviamente finto, come tutto quello che viene digitato e fermato su una pagina, digitale o meno che sia. Un linguaggio frutto di studio, ovviamente, oltre che di ricerca e di uno spropositato talento per l'affabulazione, il mio talento. 
Da uomo di parole, appassionato lettore, per anni onnivoro e voracissimo, una media di un libro ogni due giorni, quando lavoravo in editoria, oggi, dopo una pausa di un paio di anni di completo digiuno, un lettore decisamente più parco e selettivo, da uomo di parole, comunque, ho sempre pensato che il linguaggio fosse appunto il linguaggio. Da prendere come qualcosa di artificioso, anche nel momento in cui gronda sangue o sudore, anche nel momento in cui ti mette a nudo. Parole pensate, più o meno lucidamente, per essere scritte e fermate sulla pagina. Da uomo di parole, quindi, fatico a capire come le parole possano essere prese per altro da quello che sono, fraintese con l'autore. Tanto più se l'autore lo si conosce, nel caso di mio padre esattamente dal momento in cui sono venuto al mondo. Potrei forse capire di più, ma giusto facendo esercizio di astrazione, che la difficoltà derivi dal giudizio che gli altri potrebbero dare su quelle mie parole, associate a lui, che è diacono, non certo capire che lui, mio padre, le fraintenda, prendendole per atti di violenza o volgarità. Quelle parole, come queste, si trovano in quelle e questa pagina esattamente per il motivo per cui si devono trovare nelle pagine le parole, per comunicare, più o meno lucidamente, più o meno razionalmente, più o meno emotivamente.
Ora, facendo un mash-up tra quello che mi ha detto Matteo, o meglio, quello che Matteo ha detto a me e alla sua amica, e le sensazioni di disagio che a volte mio padre sembra provare nei confronti di quello che scrivo, lui diacono e io critico musicale dal linguaggio sboccato, potrei giungere alla conclusione che in effetti io sia poco credibile come catechista, ruolo che per altro da un paio di anni non ricopro, non per questioni estetiche o etiche, ma più che altro per una faccenda di impegni e di difficoltà a portare avanti un compito così delicato. E forse non è neanche una questione di credibilità, perché ovviamente facendo il catechista non ho mai usato lo stesso linguaggio che uso quando scrivo, cosa per altro che non accade quasi mai, perché quando scrivo scrivo e quando parlo parlo, quanto di coerenza. Come dire, se dici che un disco ti fa cagare poi non puoi star lì a spiegare a dei ragazzini un passo del Vangelo.
Ovviamente non la penso così. 
Perché sono convinto che la forma sia sostanza, e affido al linguaggio, allo stile, assai più significati di quanti non affidi in genere ai messaggi che esplicitamente intendo veicolare con quel linguaggio, sono sì convinto che la forma sia sostanza, e proprio per questo, dando il giusto peso alle tante, tantissime parole che corredano ogni mio articolo, questo compreso, penso che la caratteristica più evidente di quello che faccio svolgendo il mio ruolo di critico musicale non sia tanto l'utilizzo di termini gergali, spesso volgari, quanto un senso di moralizzazione, a volte con riferimenti espliciti alla Santa Inquisizione. Ecco, dovessi definirmi io, come ha del tutto naturalmente fatto il mio amico Matteo nel presentarmi la sua amica, direi che sono il critico musicale più moralizzatore che ci sia. Non per gli altri siano amorali, non ho detto di essere quello col più alto senso della morale. Sono proprio un moralizzatore. Una sorta di Savonarola, di Eimerich. E per poterlo essere, ca va sans dire, sono anche libero, mi tengo libero, impedisco a chi prova a prendermi di togliermi la libertà.
Moralità e libertà, ecco due parole che vanno di pari passo.
Libero. E moralizzatore.
Anche questo, ovviamente, quello del moralizzatore, è un ruolo letterario. Sono parole, ricordiamolo. Solo che è un ruolo, che credo di seguire con una certa coerenza, appunto, ma anche costanza, che mi porta a raccontare fatti che in genere non vengono raccontati, quelli che fanno dire ai miei colleghi, decisamente meno moralisti, “eh, ma lo sapevamo tutti”, senza tener conto che in quel “sapevamo” mancano tutti i lettori, non tenuti a sapere fatti che spesso riguardano noi addetti ai lavori.  Mi porta anche a congiungere puntini che, in genere, non vengono congiunti non per la difficoltà dell'operazione, unire i puntini è esercizio semplice, che viene fatto anche alle scuole primarie. No, i puntini non vengono in genere uniti per una questione di utilità, perché si intuisce già guardandoli il quadro che ne verrà fuori, e spesso dire quel che il quando mostra una volta uniti i puntini è appunto da moralisti, da quelli che sottolineano una stortura, magari anche evidente e banale, ma non per questo meno stortura.
Sono un moralizzatore, e sono (stato) un catechista. Coerente. 
Poi, è ovvio, sono anche un narciso, un egoriferito, la consapevolezza del mio spropositato talento e della mia iconica iconoclastia mi spinge a volte anche verso picchi di megalomania, ma sempre con la consapevolezza di essere un moralizzatore, un critico musicale libero e moralizzatore.
Poi, per comodità, sono anche il critico musicale più temuto d'Italia. Quello cattivo. Il provocatore. Quello che ha fatto tutto quel casino a Sanremo. Ma stavo solo facendo il catechista, non vogliatemene.

 

 

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