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Alma: Dio salvi Enrico Ruggeri dalla musica d'oggi

March 21, 2019

Credo che in fondo sia tutta una questione di stile.
Te la puoi raccontare quanto ti pare, e puoi avere intorno anche un gruppo numeroso di fan a darti manforte, ma se non hai stile non sei destinato a lasciare il segno, a rimanere.
Enrico Ruggeri c'è. Sta lì, basta prestarci attenzione. E c'è con stile, il suo stile, da oltre quarant'anni.
Enrico Ruggeri è un patrimonio della nostra cultura, non solo quella pop, leggera. Della nostra cultura tout court, perché solo chi fa cultura e la fa con stile, siamo sempre lì, può permettersi di chiudere il suo trentacinquesimo album di studio, sì, trentacinquesimo album di studio, ripeto, con una canzone in cui si parla del momento preciso in cui si muore. 
Non un momento pop, stando a certi canoni, quindi, ne parlava anche Luca Carboni nel singolo che ci ha accompagnato la scorsa estate. 
Né un momento di quelli da condividere sui social. 
Ma il momento in cui si lascia questa terra, la fine di questo viaggio, l'inizio di un altro. 
E nel farlo, in una canzone che meriterebbe subito di essere adottata da un culto come fosse una preghiera, non fosse in realtà tutt'altro che una preghiera per come siamo intenderle oggi noi, nel farlo, dicevo, Enrico Ruggeri prende in prestito la morte di un artista, anche lui un artista con stile da vendere e regalare, anche lui uomo di cultura in senso alto, Lou Reed. Sì, Forma 21 , la canzone scelta non a caso da Enrico Ruggeri per chiudere Alma, il suo nuovo album, racconta del momento in cui Lou Reed, facendo appunto la figura Forma 21 del Tai Chi, è morto tra le braccia di Laurie Anderson, sua moglie e suo amore. Una canzone che parla di morte, quindi, la cosa più lontana, in apparenza, dal pop. In realtà un brano di una bellezza quasi abbacinante, e uso mica a caso una parola che non troverete in certe canzonacce che girano oggi, tutte slang bimbominkiesco e poca sostanza. 
Ma Alma è tutto così. 
Altissimo, ma non per questo non leggero, come se lo stare in alto non comportasse spesso, anche in fisica, la leggerezza. 
Un album tutto suonato, come del resto spesso dalle parti di Ruggeri, e sempre negli ultimi anni, almeno dal ritorno sulle scene dei Decibel. Un album tutto suonato e tutto suonato in maniera molto ruggeriana ma al tempo stesso assai distante dal passato, complice l'assenza del compagno di lungo corso Luigi Schiavone, prodigiosamente sostituito dal giovane Paolo Zanetti. Stavolta ci sono in ballo spazi aperti, suoni che ricordano a volte l'amata Inghilterra, e non potrebbe essere altrimenti, per colui che a detta di chi scrive è la sola e vera risposta italiana a Elvis Costello, a volte la altrettanto amata America, con chitarre che si allargano come fossimo nei deserti che costeggiano i confini interni della California. 
Ecco, un sound a metà strada tra Midge Ure e il Jackson Browne più rock, se mai è possibile un pensiero del genere. Un sound alla Enrico Ruggeri, grintoso e romantico, il Falco e il Gabbiano, già sapete, pronto a supportare sempre e comunque melodie importanti e testi scolpiti sulla pietra, neanche fossimo al cospetto di un Dio del vecchio testamento. 
Parole prese a prestito dalla letteratura, o forse alla letteratura donate, con riferimenti chiari, si pensi al Gabriel Garcia Marquez evocato direttamente nel titolo de L'amore ai tempi del colera o in quel Cime tempestose, che corre a metà tra Emily Bronte e Jane Austen. Ma non meno letteraria è Come lacrime nella pioggia, citazione bladerunneriana appoggiata su una musica del figlio Pico, o la scanzonata Supereroi, nata come un gioco ma divenuta un brano di quelli che scalderanno le serate rock di qui a venire. Menzione d'onore, se mai è possibile scegliere in un mazzo di fiori pregiati, Un pallone, che vede il nostro accompagnato da colui che indica, evidentemente, come un fratello di sangue, di attitudine, Ermal Meta, lo stesso amore per le canzoni e le parole appoggiate sulle note.
Alma però, e chi segue Enrico Ruggeri non troverà nessuna sorpresa nelle frasi a seguire, è più che altro una raccolta di belle canzoni. Disturbanti, a volte, consolanti altre. Ripeto, Ruggeri è il nostro Elvis Costello, sempre che non sia più vero il contrario, metà punk e metà chansonnier, melodista impenitente, lirista sopraffino, ma rockettaro e anarchico (non prestate fede al suo gigioneggiare su destra e sinistra) come pochi. Un punk prima di noi, certo, un punk con noi, uno che ha amato tanto Lou Reed quanto Charles Aznavour, se vi pare poco.
Undici canzoni che non tradiscono un'abitudine sana per evitare i riempitivi. Tutte necessarie, tutte lavorate come necessarie, tutte perfette.

 


Qualcuno, ma ormai credo sia faccenda vecchia e noiosa, potrebbe leggere nelle mie parole la benevolenza che naturalmente riserviamo agli amici. Vero, in virtù di un'amicizia non certo nata nei banchi di scuola, anagrafe e geografia ci hanno giocato contro, ma proprio dalle sue canzoni e dal mio amore per le sue canzoni, e, spero, da una certa stima nelle mie parole. Un'amicizia fondata su un'attitudine libera e senza padroni, merce piuttosto rara di questi tempi. Attitidune che ancora una volta gli ha fatto tirare fuori non l'album scontato che segue le scie delle mode del momento, ma quello che è sgorgato anche dolorosamente dai tagli che l'essere oggi e qui non può che lasciarci su braccia e mani. 
Dio salvi la Regina, dicevano dei brutti figuri una quarantina d'anni fa, Dio continui a salvare Enrico Ruggeri dalla musica d'oggi, e noi con lui.

 

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