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2018, capolavori e dischi di merda

January 29, 2019

 

 

Il 2018 volge al termine, e come sempre in questi giorni, è tempo di consuntivi.

Ora, un anno iniziato con L'isola di Emma Marrone non poteva che essere un anno di merda, e considerando che il disco più venduto negli ultimi 365 giorni, e per venduto si intende quella strana roba li fatta di streaming e di firmacopie, è stato Rockstar di Sfera Ebbasta, e che l'album che ci introduce al 2019 in vetta alle classifiche è Atlantico di Marco Mengoni, potremmo dire che le aspettative nefaste sono state confermate.

Tanto più che in mezzo abbiamo avuto calamità di vario tipo dai vocali di dieci minuti dei Thegiornalisti alle coppie che si aggirano romantiche nelle favelas di Amore e Capoeira. 

Però, siccome a rimestare nella merda non si può far altro che sporcarsi, direi che forse è il caso di chiudere questo anno di Il Tasso del Miele guardando al bello, perché di bello, per fortuna ce n'è stato, e anche parecchio.

Anche di bello visto come di brutto che non ce l'ha fatta a essere abbastanza brutto, per dire, perché l'incompiutezza del brutto è a suo modo un successo per chi guarda al mondo con gli occhiali rosa.

Per dire, Oh live di Jovanotti, disco che beceramente cercava vi cavalcare il legittimo successo del tour nei palasport di Lorenzo, ma nel farlo provava a spingere ancora quella roba che lo stesso Lorenzo ha provato a fare riempiendo d'oro Rick Rubin, senza per altro riuscire affatto nell'impresa di fare qualcosa di memorabile, non se lo sta inculando nessuno, mai entrato in Top 10. Fatto che, unito al lancio fluo del Lollapalooza italiano, leggi al nome JovaBeach, attesta una volta di più come l'idea di essere scarno, rickrubiniano, fosse appunto una puttanata.

Idem la tranvata frontale presa da Eros Ramazzotti, che è sì tornato, ma senza i famosi numeri che per anni ce lo hanno mostrato come la nostra popstar internazionale, con una visita velocissima alla nostra vetta delle classifiche, giusto una settimana e poi via, e scarsissimi risultati raggiunti all'estero.

Lo stesso vale per Elisa, che per provare a salvare il flop dei flop ha dovuto contare su Calcutta, che però l'ha letteralmente sommersa nella nuova versione di Se piovesse il tuo nome, canzone che più calcuttiana non si può.

Insomma, tanti Big sembrano essere in procinto di diventare Small, e di ciò non possiamo che essere lieti, non perché l'insuccesso di qualcuno ci debba essere di confronto, ma perché la brutta musica è brutta musica, e meno ne abbiamo intorno meglio stiamo.

Intorno, invece, dovremmo avere bella musica, e di bella musica ce n'è, solo che è nascosta e tocca andarla a cercare.

Per dire, in tanti si sono eccitati per le due rime azzeccate da Anastasio, il tizio che poi si è più messo in evidenza per le sue simpatie a Casapound e Salvini che per aver vinto X Factor. Ma questo è stato anche l'anno del ritorno di Salmo, il cui Playlist è un vero capolavoro, con una serie ininterrotta di belle canzoni, varie, come in effetti una playlist dovrebbe essere, ma legate dal suo flow rockeggiante e sardeggiante, e dai suoi testi feroci e impietosi. Parole dure che però ci dovrebbero essere care come quelle di Cassandra, nel momento in cui ci avvisa che stiamo per perdere l'ultimo briciolo di umanità. 

E visto che di rap si parla, il 2018, in realtà, è l'anno del ritorno del più grande rapper italiano, Rancore, che con Musica per bambini, se possibile, alza ulteriormente l'asticella del genere, dimostrando che si può fare delle parole non solo uno strumento di distruzione e di comunicazione, ma ancora una volta di poesia. Andatevi a sentire Depressissimissimo e provate a non restare a bocca aperta come di fronte alla bellezza assoluta, se ce la fate.

A un centimetro da Rancore, ma solo perché sono un pirla e mi piace giocare sull'enfasi, direi che c'è Mezzosangue, un altro che quanto a intensità e lirismo ci regala davvero grandi cose. Esce con un doppio album dal titolo Tree- Roots & Crown, in cui rap e rock, come suoni e come attitudine, si fondono, e ci arrivano addosso come una scarica di pugni capaci di stenderci al tappeto. Esattamente come succede al protagonista di Destro, sinistro, montante, fuori di dubbio una delle più belle canzoni degli anni dieci.

Sempre in ambito rap, anche se stavolta fuori decisamente dai canoni, è tornato anche Piotta, che con Interno 7 ci regala una versione di sé decisamente intima, personale. Come se di colpo il suo essere istrionico e ironico avesse lasciato il campo alla malinconia, fatto più che giustificato da eventi personali. Un gioiello da scoprire giorno dopo giorno, lentamente, come con certi superalcolici.

E ovviamente non può che valere la stessa regola, seppur in campo decisamente più classico, hip-hop, per Adversus, che ci proietta indietro nel tempo e nel tempo in cui ci proietta è decisamente un tempo compiuto, rotondo e quadrato al tempo stesso, tecnicamente perfetto e empaticamente corretto. Un grande album per cui è valsa la pena aspettare così tanti anni.

Non da meno, e qui siamo più nel campo mainstream, seppur con le dovute sfumature, per il nuovo album dei Decibel, L'anticristo, spigoloso e doloroso come solo il punk dovrebbe essere. I tre milanesi capitanati da Enrico Ruggeri, superati i sessanta, sono ancora assai più incassati e taglienti di molti giovani, e il Rouge dimostra ancora una volta di essere un numero uno. Come è un numero uno Luca Carboni, col suo Sputnik capace di farci emozionare e ballare esattamente come succedeva negli anni Ottanta con Forever. Sapere che c'è uno come lui nel mondo rende questo posto meno spaventoso.

Discorso a parte merita Red Canzian, perché l'ex Pooh ci dimostra col suo Testimone del tempo di essere stato uno dei veri motori del quartetto pop per antonomasia della nostra musica, e ci dimostra ancora di più che lavorando con cura e passione si possono tirare fuori canzoni fuori dal tempo e capace di raccontarci l'oggi senza necessariamente flirtare coi suonini del cazzo che girano oggi.

Anomalo invece l'esordio tardivo da cantautore di Vincenzo Incenzo. Anomalo perché la sua penna importante e la sua voce pregna forse sarebbero dovute arrivare anche prima. Ne avevamo e ne abbiamo bisogno. Credo è album antico e contemporaneo al tempo stesso. Viva le anomalie, oggi e sempre. 

Prima di passare alla vera ciccia, due citazioni che potrebbero stupire, il 2018 è infatti stato l'anno della santificazione di Calcutta, e devo dire che anche in virtù della sua versione di Se piovesse il tuo nome, di santificazione giusta si tratta. Il suo Evergreen è album assai meno scontato del previsto, e contiene brani che vanno fatti appoggiare sul fondo della tazza come con un caffè turco, ma buone come un caffè turco. Paracetamolo, per dire, è semplicemente geniale. Come è geniale Punk di Gazzelle, e solo per questo gli si perdona un titolo che mi ha fatto sanguinare gli occhi. Coprimi le spalle, brano che chiude la tracklist, per dire, è una perfetta fotografia della generazione degli adolescenti di oggi. Struggente e leggera al tempo stesso.

Vivere o morire di Motta è invece la conferma di come si possa essere cantautori e rock semplicemente facendo della propria attitudine uno scalpello con cui togliere pezzi di pietra dalla massa che poi darà vita alla scultura. Anche da felice funziona, Motta, e non possiamo che gioirne.

Ma è ancora una volta il mondo al femminile che ci regala le più grandi soddisfazioni. Un po' perché è lì che si annida la vera poesia nascosta, un po' perché a raccontare quello che raccontano tutti sono buoni pure quei coglioni che poi vedete in tv a alzare le palette coi voti nei talent.

Il 2018 è e sarà l'anno in cui è tornata sulle scene una delle voci più intense e liriche della nostra musica cosiddetta leggera, Patrizia Laquidara. Il suo C'è qui qualcosa che ti riguarda è senza ombra di dubbio un capolavoro, intriso di femminilità, fragile e di acciaio al tempo stesso, e le sue Il cigno, Marciapiedi, Sopravvissuti sono veri e propri manifesti che andrebbero eseguiti in pubblica piazza.

Di lei, qui sul Tasso, ho scritto, come ho scritto di Hurrah di Mimosa Campironi, altro grande ritorno a distanza di tempo. Nel suo caso l'approccio alla musica, in bilico tra piano e elettronica, è fisico, sensuale e spensierato al tempo stesso. Attacco al cuore è lì tra le più belle canzoni di questo strambo 2018. Di fianco a Nessuno sposta i piedi e Abitudini di Chiara Dello Iacovo, che con Epigrafe torna proprio al fotofinish, e sembra sia più un addio che un ritorno. Sarebbe un dramma, perché anche di lei abbiamo bisogno come dell'aria che respiriamo. Fondamentale.

Come fondamentale è Go go Diva de La rappresentante di lista, uscito neanche due settimane fa ma già imparato debitamente a memoria dal sottoscritto. So che la cosa può suonare strana visto che la voce di Veronica è quanto di più femminile vi possa venire in mente, ma se esiste oggi un album che rappresentano il mio pensiero riguardo alle donne è questo. Da sentirsi di colpo nudi in pubblica piazza senza neanche le mani a coprirci. 

Affronta invece, come se in effetti ci fossero distinzioni da fare tra corpo e spirito, il trascendente Maria Antonietta nel suo Deluderti. E lo fa con spessore e profondità, oltre che con una modalità rock n roll che così tanto le si addice. Come negli altri casi, la recensione la trovate qui sul sito. Altro grande ritorno atteso proficuamente.

E visto che di attese anche lunghe si parla, d'obbligo è citare L'AB di Beatrice Antolini, perfetto concept sull'identità della cantautrice marchigiana di stanza a Bologna. Una scrittura e composizione composita, articolata, complessa ma non complicata. Un grande album che dimostra come l'electropop può essere decisamente alto.

Ultimi due lavori da citare assolutamente, La pancia è un cervello col buco di Gabriella Martinelli, uno dei lavori più originali, come scrittura e come composizione, una vera epifania di cantautorato e di cantautorato al femminile. 

Last But not least, si dice in questi casi, Memorie dal futuro dei Leda, la nuova band di quel patrimonio dell'umanità vocale che risponde al nome di Serena Abrami. Come negli altri casi, qui trovate un articolo scritto ad hoc su questo lavoro, mix riuscitissimo di sonorità 90s, new wave in testa, e cantautorato, una band solida da tenere d'occhio e d'orecchio con grande attenzione. 

Chiudo, anche se in apparenza avrei già chiuso, con un disco dell'altro mondo, o dall'altro mondo, una scarica incessante di rock duro e sensualità da lasciare estenuati, come dopo il sesso. Chiudere l'anno senza citare Element of sex dei Sick 'n' Beautiful della grande Herma sarebbe peccato mortale, di quelli che potrebbero alla fine del mondo. New Witch 666 è la canzone da sparare al massimo volume durante il count down che ci porterà verso il 2019, l'anno nuovo non potrebbe iniziare in modo più fragoroso.

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