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L'amore resta

November 14, 2018

 

L'amore è eterno finché dura, recita un vecchio inciso. Una boutade, funzionante, perché incisiva e facilmente memorizzabile, che però non ci dice nulla di particolarmente intelligente. Perché che l'amore duri, a guardarsi intorno, sembra la trama di un racconto di fantascienza. Chiaro, esistono eccezioni alla regola, ma le eccezioni sembrano far venir meno quel concetto di eternità che un tempo, vuoi per una questione culturale, sociale, o più semplicemente per questo vezzo di far coincidere il poetico con il reale, era così intrinsecamente legato al concetto di amore, o quantomeno di amore vero.

L'amore, in realtà, Marco Ferradini ci campa ancora su, legittimamente, non ha regole. Ogni amore è storia a sé, per dirla con un'altra banalità.

Ecco, quella che voglio raccontarvi oggi è una storia d'amore. Di amore puro. Una storia di amore che ci dice come l'amore, in genere, seppur svincolato da leggi universali, sia quasi tutta una faccenda di fortuna e dedizione, sudore e umori.

Ecco, Gianni Resta, è di lui che voglio parlarvi oggi, e del suo amore per la musica, è uno che nel corso di una vita passata a scrivere canzoni, suonare, organizzare eventi legati alla musica, ma non solo alla musica, di dedizione ce ne ha messa parecchia, per essere ricambiato dalla musica. Si è impegnato, lavorando su quello che in teoria dovrebbe essere il terreno di gioco nel quale i cantautori, questo è Gianni Resta, un cantautore, si spaccano le gambe, entrando in scivolata sui temi che messi insieme compongono la vita, ma al tempo stesso si esibiscono in piroette, quelle che Sandro Ciotti chiamava Veroniche, tentando numeri impossibili, e per questo a volte, raramente, riusciti, che ci lasciano a bocca aperta, a dirci quanto in fondo la musica, come il calcio, siano ambiti dove i miracoli sono non solo possibili ma essenziali.

Gianni Resta è uno che ogni tanto compie un miracolo. E lo fa nel solo modo che conosce, tira fuori da un cilindro, anzi dal suo cilindro, una canzone che parla esattamente di noi, di me, di te.

In realtà, non posso certo spacciarmi per talent scout, in questo caso specifico, visto che il suo esordio ufficiale risale a oltre venti anni fa, quando ancora non era di queste cose che mi occupavo, Gianni Resta di conigli dal cilindro ne ha già tirati fuori parecchio, per quella dedizione di cui parlavo prima. Ha vinto un Rock targato Italia nel 1997, ha fatto un paio di album con una cadenza che neanche l'ultimo De Andrè, Vinco e torno, nel 2004, e Discorocksupersexypowerfunky, nel 2012, e nel mentre ha anche scritto la trilogia dei Lombroso, ha creato eventi e sinergia a Milano, e ha iniziato a capire, ma forse questo l'ha capito ancor prima di dirselo, che per poter fare quello che voleva fare doveva per forza spostare il suo raggio d'azione su altro, e l'altro di cui si è occupato, prevalentemente, è creare situazioni in cui la musica, la sua ma non solo la sua, interagisse con la recitazione, la comicità, lo spettacolo. Per questo, in passato, lo si è visto aggirarsi per palchi importanti, come quello dello Zelig, con il suo Soul Kitchen, e anche più recentemente lo si è visto portare avanti quella strampalata idea di mischiare Quiz, musica, cucina e burlesque sul palco dell'Apollo. Tanta roba, quindi, che potrebbe indurci a pensare che Gianni Resta sia una sorta di artista rinascimentale. Uno che sa fare un po' di tutto. E che magari, nel suo sapere fare un po' di tutto non ha trovato ancora il tempo di mettersi del tutto a fuoco, con questa sua poetica da cantautore anche vaschiano, per tematiche e attitudine, se solo Vasco avesse in qualche modo mai incontrato il soul e il funk. Il problema è invece un altro. Gianni Resta non è un artista rinascimentale, mi spiace. Gianni Resta è un cantautore puro. Di quelli che danno anche il culo per scrivere una canzone che sia la canzone, se serve. Ma è anche un cantautore che è nato nell'epoca sbagliata, in quella, cioè, in cui gli ultimi giovani cantautori che ce l'hanno fatta hanno tutti sopra i cinquanta, si pensi ai vari Fabi, Silvestri, Gazzè o Zampaglione, e i nuovi cantautori, quelli indie, ne hanno intorno a trenta, massimo quarante, da Calcutta a Brunori. Lui, sfiga vuole, ne ha quarantaquattro, troppo giovane per essere un cantautore cantautore, troppo vecchio e troppo poco sciatto musicalmente e lessicalmente per essere indie. Vasco, del resto, già c'è, l'avere attitudine comune con un mostro sacro non sempre aiuta. La scrittura di Resta, del resto, è talmente chiaramente la sua scrittura, con una cifra fatta di narrazione, per dirla con parole di oggi, con storytelling, una affabulazione da barfly, uno sguardo pietoso e compassionevole sul mondo da gridare vendetta. Come anche il fatto di essere un compositore, mica uno che sa fare a stento tre accordi tre, sempre quelli.

E qui tocca tornare al discorso iniziale, l'amore.

Ecco, Gianni Resta è uno che ama la musica, non ci sono dubbi a riguardo. E la musica, se si pensa come a un corpo vivente capace di intendere e di volere, ama lui. Lo si capisce dalle sue canzoni, anche quelle inedite che stanno girando in questi tempi per le scrivanie ormai spoglie dei discografici. La dedizione, tornando all'assioma anti-ferradiano che ho provato a postulare, c'è tutta, quantomeno dalla sua parte.

Sudore, fatica, attenzione spasmodica, ore insonni intorno a una parola o una nota.

È la fortuna che sembra latitare. Perché l'amore, senza entrambe le cose, ve lo dice uno che sta da trentuno anni quasi con la stessa donna, non va da nessuna parte. Solo con un po' di fortuna, o per dirla dritto per dritto, di culo, l'amore resta.

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