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Il cuore e la carne ai tempi della peste, il ritorno di Patrizia…

September 15, 2018

 

Avete presente quelle storie d'amore pazzesche? Quelle che uno le sente e pensa che è talmente incredibile che anche in un film sarebbe sembrata troppo. Tipo che lei aspetta il suo amore tutta una vita, partito per la guerra quando ancora entrambi erano poco più che bambini. Tutta una vita trascorsa dedicandosi al ricordi di lui, di quello che era, che erano, e che sarebbero potuti essere, forse, si fossero incontrati di nuovo.
Una vita nostalgica, quindi, velata di malinconia per ciò che sarebbe potuto essere e invece non è stato. Una vita, e qui sta la parte incredibile, quella che fa vacillare anche i cuori più colmi di ottimismo, di speranza, che di colpo di compie, si realizza, il giorno in cui lui, un lui invecchiato da una vita trascorsa altrove, certo, ma pur sempre lui, torna da lei, riprendendo il filo del discorso esattamente dove lo aveva lasciato una vita fa.
Ecco, avete presente queste storie d'amore qua?
Storie di sentimenti, ovvio, anche se sentimenti cresciuti a distanza, per quella strana alchimia che ci fa amare qualcuno anche quando non è al nostro fianco, kantianamente oltre la linea del fenomeno, ma anche storia di passione. Passione vera, carnale, fatta di umori, corpi che si sono cercati e anche se non si sono trovati sono invecchiati al ricordo di corpi molto più giovani.
Bene, pensate a una storia come questa. Ne avrete sentite alcune, nella vostra vita, avrete sempre pensato che fossero frutto della fantasia di un romanziere, o di qualche rotocalco buono per la sala d'aspetto di un dottore della mutua. Ma in fondo, in un angolo del vostro cuore, ci avete creduto.
Pensate a questa storia d'amore assoluto. Togliete la vecchiaia, la guerra, anche se questi, a loro modo, il nostro oggi, sono tempi di guerra. Lasciate la nostalgia, la passione. Anzi, metteteci dei corpi, fate che quella passione, solo ipotizzata nella storia, sia una passione concreta, compiuta, fatta di carne, sudore, umori, pelle. 
Amore assoluto e passione, quindi, come se esistesse un confine reale tra questi due paesi, anima e carne. 
Prendete tutto questo, shakerate e di colpo, come in un film di fantascienza, vi ritroverete dentro la mia testa oggi che è uscito il nuovo strepitoso singolo di Patrizia Laquidara, Marciapiedi, una canzone capace di ripagare una vita passata a dover sentire per lavoro pura merda come quella prodotta da un Takagi & Ketra qualsiasi.
Patrizia Laquidara, fossimo in un mondo non dico giusto, ma anche solo passabile, decente, sarebbe non solo in vetta alle classifiche di vendita, ma venerata come la artista completa e complessa quale è. Ma viviamo in questa realtà qui, dove c'è chi pensa che tirare in ballo una favela in una hit estiva sia cosa plausibile, figuriamoci se c'è la possibilità che ci si fermi a ascoltare una canzone che comincia con "Io sono caduta da mille marciapiedi pensando fossero abissi/ e sono rimasta sull'orlo di pozzanghere sognando fossero scogliere".
Di suo, poi, lei, Patrizia Laquidara ci ha messo un po' del suo, cercando parole e note per tutto il tempo che ha ritenuto giusto, e finendo per farci aspettare undici anni da quel Funambola che ce ne aveva fatto definitivamente innamorare (l'innamoramento, non è un segreto, perché di amore assoluto, come quello di cui si parlava in esergo di questo pezzo si parla, era iniziato già al suo esordio), mettendo poi il solo Il canto dell'Anguana, uscito ormai sette anni fa. Undici anni, non esattamente una vita, ma quasi, e in discografia una o due ere geologiche. Al punto che, decisa a tornare, Patrizia ha trovato non tanto un mondo diverso, ma proprio un universo diverso, se una volta c'erano discografici, produttori, supporti fisici, i cd, oggi lo streaming ha sostituìto il download, figuriamoci di fisico cosa è rimasto. Così, artista certo, ma anche pragmatica, si è rimboccata le maniche, ha prima fatto un fortunatissimo crowdfunding, e ora che il suo nuovo lavoro, "C'è qui qualcosa che ti riguarda", è finalmente pronto, ha deciso di tornare da sola, indipendente nel senso letterale della parola.
Così eccoci qui, sulla soglia della porta, la bocca spalancata, il cuore che batte all'impazzata, la pelle crespa, gli occhi gonfi di lacrime, oggi a accogliere Marciapiedi, e il 19, finalmente l'album. Sarà, chi scrive ha avuto in realtà l'onore di sentire questa e altre canzoni quando erano poco più di una bozza, per poi sentirne la versione definitiva ormai mesi fa, qualcosa con cui rotolarsi nel letto, se vogliamo proseguire in questa metafora amorosa. Un lavoro importante, l'album di una vita, con una classicità quasi tragica che si sposa con suoni eterni tanto quanto con suoni odierni, di questo mondo che non è stato capace di adorare Patrizia Laquidara come avrebbe meritato. Perché l'idea che ci siano discografici che hanno avuto il mio stesso onore, cioè hanno ascoltato queste canzoni prima che fossero confezionate per uscire, e non abbiamo deciso di far firmare di corsa un contratto a Patrizia Laquidara. Ma anche solo il fatto che non le suonino il citofono ogni giorno, non la stalkerizzino sul cellulare, implorandola di entrare nella loro scuderia, ci dovrebbe dimostrare, ce ne fosse bisogno, che l'intera classe dirigente della discografia non capisce veramente un cazzo. Perché, Marciapiedi già lo lascia intuire, siamo al corpetto di uno di quei lavori che lasciano il segno, e solo chi è arido di cuore, sordo, o semplicemente un coglione, non lo può capire.
Come diceva Raymond Carver in una delle sue poesie più belle, Voi non sapete che cos'è l'amore, "Non c'è uno di voi in questa stanza che potrebbe riconoscere l'amore/ neanche se si alzasse e ve lo mettesse nel culo".
Fortunatamente per noi e per voi, Patrizia Laquidara sta per tornare, perché come canta nel ritornello di Marciapiedi, "Vedi sono pronta a mille e più cadute, sai, io non mollo mai".

 

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