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Il violoncello, Valerio Magrin e il Concertone del Primo Maggio

April 28, 2018

 

Ho cominciato a giocare a calcio abbastanza tardi, verso la fine delle elementari. Prima non potevo. Me lo impediva il mio maestro di violoncello, che sosteneva il calcio mi avrebbe non solo distratto dallo studio, ma anche, in via ipotetica, e anche un po' jettatoria, potuto far male ai polsi. In effetti, una volta cominciato, mi sono fottuto le cartilagini di entrambi i polsi, ma credo sia stato un modo del mio subconscio di rimpossessarsi del mio fisico, troppo tempo tenuto lontano dai campi di calcio, al buio. 

Sì, perché il mio maestro di violoncello, ai tempi studiavo all'Istituto Pergolesi di Ancona col professor Moscardelli, mi faceva provare al buio, le serrande di Via Vittorio Veneto 2, al secondo piano, perennemente tirate giù e l'odore della pece, quella pece che si passava sull'archetto prima di suonare, a mischiarsi di un odore antico, tipo rosolio o cipria, oggi non saprei dire.

 

 

Nei fatti i miei si fidavano di quel che diceva il maestro Moscardelli, non che avessi alternative, e nonostante venissi da una famiglia di grandi appassionati di calcio, ho iniziato a calcare i campi solo verso la fine delle elementari, quando già giocavo, anche piuttosto bene, a Subbuteo. Il calcio, non credo sia necessario dirlo, avrebbe presto sostituito la musica nel mio immaginario e nella mia poetica, per altro inficiando in maniera definitiva la possibilità che nel resto della mia vita la musica classica trovasse un posticino nel mio cuore. Funziona sempre così, con me. 

I miei mi hanno portato per i miei primi diciott'anni di vita tutte le estati in Montagna, prevalentemente a Vigo di Fassa o a Ziano di Fiemme. E compiuta la maggiore età non sono più andato di mia volontà in montagna, manco fosse pura merda. Solo di recente ho fatto pace con la montagna, ma ormai sto scendendo la parabola della mia vita, il più è fatto.

 

 

Idem per il violoncello. Ho dovuto passare ore e ore, giorni e giorni, settimane e settimane, insomma, ci siamo capiti, della mia infanzia a studiare violoncello, e ovviamente quando ho potuto scegliere ho abbandonato gli studi classici e non ho più ascoltato quella musica neanche sotto tortura. Salvo poi riprendere, neanche un paio di anni dopo, la chitarra in mano, da autodidatta, forte di quegli anni passati a studiare violoncello e anche pianoforte, perché in fondo la musica è sempre stata nel mio DNA.

Ma anche il calcio c'era, solo che non potevo praticarlo.

Eppure il calcio, quel calcio lì, degli anni settanta, e anche dei primi anni ottanta, è quello che più di ogni altro mi ha formato, non tanto come sportivo, oggi lo sono molto distrattamente, ma come uomo. 

Siccome, ve lo dicevo giorni fa quando vi ho raccontato del perché io abbia deciso di tifare Genoa, ho sempre avuto questo carattere di merda che mi spinge a andare controcorrente, a fare qualcosa che mi distingua dagli altri, fottendomene delle mode e della massa, sin da subito ho deciso che anche come calciatore avrei avuto qualcosa di diverso dagli altri. Fatte le prime esperienze come mezzala destra, allora indicata con il numero otto, perché non avevo particolare predisposizione al goal ma avevo un buon destro, ero piuttosto veloce, ma anche troppo gracile per poter ricoprire ruoli difensivi o di contrasto, ho presto cominciato a muovermi come ala sinistra, convinto che il destro, mio unico piede all'epoca, mi avrebbe aiutato a contrastare i difensori, e convinto anche che il non poter crossare di sinistro avrebbe dato vita a fuoriprogramma che avrebbero spiazzato la difesa. E così per un po' è stato, nelle squadre di quartiere nelle quali ho militato, nelle giovanili, prima, e in quelle delle categorie più basse, poi. 

 

 

A inizio anni Ottanta, un giorno, mi sono rotto il malleolo del piede destro, fatto che mi ha costretto a portare il gesso per qualche settimana, compresa quella in cui si è sposata mia sorella Caterina, per altro. Come è normale a quella età ciò non mi ha tenuto lontano dai campetti parrocchiali, all'epoca frequentavo quotidianamente quello di San Domenico e di San Francesco, entrambi in cemento armato, o in quelli comunali, La Lunetta o il Pincio, in sabbia. Lì, non potendo calciare di destro, ho cominciato a calciare di sinistro, piede che fino a quel momento mi era sempre sembrato inutile. La caparbietà, l'ostinazione, chiamatela come meglio preferite, mi hanno fatto diventare in poco tempo ambidestro, con una certa propensione all'uso del sinistro. A quel punto il mio aver imparato a giocare a sinistra è diventato quasi profetico, perché un'ala sinistra ambidestra, con un buon mancino ma con un destro naturale, è cosa rara anche oggi. 

Col tempo, diciamo pure con gli anni, mi sono spostato verso il centro, diventando una buona punta, volendo anche un'ottima punta, sempre in quei contesti lì. Amante del calcio inglese e di quello uruguaiano, ho sempre amato un calcio duro, fatto di entrate ruvide, senza tante storie. Così mi sono ritrovato a essere un attaccante che menava, quasi sempre spalle alla porta, piuttosto abile coi piedi, molto veloce negli scatti e quasi totalmente incapace di testa. Più facile che segnassi di rovesciata o di tacco, piuttosto che di testa. Questo anche grazie alle giornate intere passate a giocare coi miei amici alla tedesca in Piazzetta. Passaggi al volo e goal al volo solo di prima. Un punto di piede, due di testa, tre di tacco e quattro di rovesciata. Punti da scalare al portire a ogni goal. Vinceva chi rimaneva in campo. Proprio in quel periodo, eravamo negli anni Ottanta, sempre, mi sono fissato con la coppia Bortolo Mutti/ Marino Magrin, in forza all'Atalanta. Un po' perché Magrin era in effetti piuttosto spettacolare da vedere, un po' perché dietro casa mia, in Piazza Malatesta, un tempo Campo della mostra dove il boia esibiva le sue vittime, abitava la famiglia di Agostinelli, capitano della squadra di Bergamo negli anni subito precedenti. Di fatto passavo le giornate a provare i cross millimetrici con cui Magrin faceva segnare Mutti di testa. In pratica costringevo i miei amici a stare fermi davanti alla porta, mi spostavo a qualche metro di distanza, il più lontano possibile, e tiravo queste sassate di sinistro che finivano in testa dei miei amici, e di conseguenza in porta. Come se loro fossero la sponda che usavo per segnare su punizione.

 

 

Questo era il calcio per me, qualcosa di fisico e spettacolare, poetico, certo, perché vedere giocare gente come Neeskens o Kempes, per dire, o la Danimarca di Elkjaer era uno spettacolo in un periodo preglobalizzazione. Qualcosa anche di esotico. 

Niente a che vedere con le lezioni di violoncello del maestro Moscardelli, o di quelle di solfeggio della maestra Rosignoli, una tipa secca secca e dalla carnagione vagamente verdastra, si pensava perché vegetariana in epoca in cui il vegetarianesimo era ancora più esotico dei fratelli Olsen.

Il calcio era anche un modo per rivendicare il mio posto nel mondo, figlio di piccoli borghesi sputato in un quartiere benestante. L'arroganza di chiedere al portiere, prima di battere un rigore, se voleva che lo tirassi di destro o di sinistro, lasciando a lui la scelta delle armi, era sì un modo per spaventarlo, ma anche, più pragmaticamente, per gridare a tutti che io ero diverso, certo, l'unico che a quattordici anni non ha avuto un motorino, o il solo a avere un campo di Subbuteo tarocco, un po' più largo e corto dell'originale, ma la mia diversità, guardandola bene, poteva anche essere un punto di forza, non necessariamente un punto debole.

La musica sarebbe poi tornata sulla mia strada, è ovvio. E non ne sarebbe più uscita. Come critico musicale ho cercato di portare in un ambiente di fighette una modalità alla Tony Adams, o a volerla dire con un po' più di poesia alla Roy Keane o Ryan Giggs. Entrate dure, ma poi ci si rialza subito e si riprende a giocare. Niente rigori inventati. Niente infortuni fittizzi atti a prendere tempo. 

Quando mai vi venisse la tentazione di atterrarmi sappiate che non mi sono mai sognato di ritirare la gamba in un contrasto, e che piuttosto ho sempre amato la finta all'ultimo secondo, alla George Best, perché un numero spettacolare val pure un calcione. 

 

 

È per questo, e veniamo, con tutta la calma del mondo, all'oggetto di questo articolo, quest'anno andrò al Concertone del Primo Maggio. Perché l'anno scorso ho scritto un articolo per il Fatto Quotidiano, uno dei miei ultimi articoli per il Fatto Quotidiano, prima che le zone il cui accesso era vietato diventassero troppe per i miei gusti, in cui commentavo il suddetto Concertone dei Sindacati con parole non esattamente elogiative. Qualcosa che tirava il ballo la sagra del bombarello di Sirolo, fatto per altro che mi ha portato a passare ore a spiegare a ignari compatrioti di cosa parlavo quando parlavo di bombarelli, e che non salvava quasi nessuno dei tanti saliti sul palco di Piazza San Giovanni. Un articolo, per la cronaca, che ha dato vita a un catfight, in realtà più a un monologo, da parte di Rocco Hunt, se cercate in rete ne trovate ampia documentazione. Un articolo mosso da quella che ai miei occhi era la fine di un'epoca, quella del Concertone, appunto, e che ha spinto Massimo Bonelli, all'epoca con iCompany uno dei due organizzatori, a lanciarmi una pacifica sfida per quest'anno. Come dire: l'anno prossimo vieni sul campo, volendo contribuisci anche attivamente a questo evento, poi ne riparliamo. Lui, Bonelli, quest'anno è il solo organizzatore, e ha tenuto fede a quell'invito. A febbraio, durante il giorni del Festival, mi ha invitato a prendere parte come commentatore libero, laterale al Concertone, e poi è tornato a farlo nelle settimane successive, così, senza chiedere niente altro che la mia attenzione. Mi ha raccontato la sua idea di Concertone, un'idea diversa da quella di tutte le altre edizioni, con pochi dei soliti nomi, anzi, nessuno, e con tanti artisti giovani che in televisione, e anche in eventi del genere, non ci sono mai andati. L'elenco è lungo, ma merita attenzione: in ordine decrescente, almeno usando i vecchi canoni gerarchici, ci sono Fatboy Slim,Gianna Nannini, Carmen Consoli, Max Gazzè & Form, Ermal Meta, Sfera Ebbasta, lo Stato Sociale,  con Lodo anche nelle vesti di presentatore al fianco di Ambra Angiolini, Cosmo, le Vibrazioni, Calibro 35, i Ministri, The Zen Circus, Canova, Willy Peyote, Ultimo, Nitro, Achille Lauro e Boss Doms, Gazzelle, Francesca Michielin, Frah Quintale, Gemitaiz, Maria Antonietta, Galeffi, Mirkoeilcane, John De Leo, Wrongonyou, Dardust e Johan Thiele. Insomma, nomi interessanti, quantomeno spiazzanti in quel contesto. Molti nomi anche molto noti tra i più giovani, si pensi solo a Sfera Ebbasta, Nitro, Gemitaiz o agli indie Canova e Gazzelle. Nomi che ai miei occhi sono un po' un mistero, troppo vecchio per decifrarli, ma non abbastanza vecchio per riconoscer loro una capacità di far breccia nei giovani cuori dei giovani ascoltatori come non capitava da ere geologiche. 

 

 

Anche per questo andrò al Concertone, per capire qualcosa che sulla carta mi sfugge. E per accettare una sfida, quella che Bonelli mi ha lanciato, garbatamente. Esserci e raccontare quel che vedo e sento. Senza filtri, ovviamente, coi calzettoni tirati giù come Omar Sivori, ma mai intenzionato a ritirare la gamba prima di un contrasto. Semmai, proprio come Sivori, megalomania per megalomani figuriamoci se mi faccio mancare un paragone del genere, pronto a puntare il terzino, e se serve, se capita, anche a sfotterlo. Alla peggio, se mai dovesse stendermi e l'arbitro dovesse decretare il rigore, potrei sempre chiedere al portiere se vuole che lo calci di destro e di sinistro.

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