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Muore a 28 anni Avicii, rockstar dell'EDM

 

 

Scrivere della morte di qualcuno è difficile.

Scrivere della morte di qualcuno molto ma molto giovane ancora di più.

Un tempo, quando non esistevano i social e le notizie dovevano passare giocoforza solo e esclusivamente dalle testate giornalistiche, a partire dall'Ansa, che in Italia era preposta a farle circolare, esistevano i coccodrilli. In sostanza quando si sapeva che qualcuno era sul punto di morire, o per questioni meramente anagrafiche, o perché malato, si scrivevano a freddo i necrologi, per altro senza abbondare come oggi in enfasi. Cosicchè, quando poi sarebbe stata lanciata la notizia della morte, erano già pronti i pezzi di commiato.

Ovviamente certe morti, anche allora, non erano prevedibili, e a quel punto toccava lavorare in velocità.

Oggi è tutto diverso. Non ci sono più i giornalisti di una volta, verrebbe da dire, non necessariamente con rimpianto. E sicuramente non ci sono più i giornali di una volta. Ma soprattutto le notizie circolano assai prima sui social, spesso, è noto, anche senza essere vere notizie.

È di pochi giorni fa l'ennesima bufala relativa alla morte di Franco Battiato. Vecchia e comunque ripresa e rilanciata. 

 

 

 

I social oggi sono la principale agenzia di stampa al mondo. Vai sui trend topic di Twitter e scopri cosa sta succedendo nel resto del mondo.

Ecco, ieri pomeriggio, quando ha cominciato a entrare in TT il nome di Avicii, in molti hanno pensato si trattasse dell'uscita di una sua nuova canzone. Del resto, oggi, anche il lancio delle canzoni, addirittura degli album, è cambiato. Succede, sempre più spesso, che gli artisti non li annuncino con largo anticipo, a volte non li anticipino per niente. Li buttino direttamente in rete, sui canali di streaming, su Youtube, e poi aspettano che la notizia cominci a circolare.

Avicii, è noto, si era ritirato dalla sua attività live due anni fa, nel 2016, ma era sempre attivo, sulla carta, come produttore. 

Anche perché aveva una vita davanti. 

Doveva avere una vita davanti. 

Avrebbe dovuto avere una vita davanti.

Aveva solo ventotto anni, Dio lo accolga tra le sue braccia.

E ora è morto.

È successo ieri, in Oman.

 

 

 

Qualcuno, non sappiamo chi, ha trovato il suo corpo privo di vita in una camera d'albergo in Oman. 

Morto. Non scomparso. Non volato via. Niente angeli a cui insegnare qualcosa. Niente video da condividere. Niente di tutto questo. Morto. Già l'ho scritto in passato, visti i tanti morti nel mondo dello spettacolo negli ultimi due, tre anni, non ricordo neanche più per chi.

E proprio per questo suo essere morto a soli ventotto anni oggi mi ritrovo a scriverne. In questo modo qui. Con la fatica di centrare il cuore di un articolo che deve semplicemente comunicare una notizia, Tim Bergling, nato a Stoccolma l'8 settembre del 1989, universalmente riconosciuto come uno dei dj e produttori più famosi e importanti al mondo, uno dei numi tutelari della EDM, è morto a ventotto anni in Oman. Si ignorano ancora le cause del decesso, direbbe un coroner. Potrei aggiungere che era figlio di una nota attrice svedese, che il suo primo successo è arrivato quando aveva appena diciotto anni, in rete, e che poi da lì in avanti, non è che stiamo parlando di ere geologiche fa, è arrivato anche quello vero, planetario. Prima con l'incoronazione da parte di Tiesto, che lo ha indicato come suo ipotetico successore, poi con le canzoni, le hit, da Levels a Wake me up, con le collaborazioni prestigiose, dai Coldplay a Madonna, con i MTV Music Awards, i Billboard Awards, i Grammy. 

Nel 2016, poi, il ritiro dalle scene, dopo due gravi crisi, due ricoveri, uno per pancreatite, uno con asportazione della cistifellea, il tutto dovuto a problemi con l'alcool. Problemi cui molti hanno pensato ieri, saputa la notizia, perché quando qualcuno di famoso muore a ventotto anni è facile lasciarsi andare a retropensieri, a supposizioni. E questo è anche il motivo per cui non avrei voluto mai più scrivere pezzi in ricordo di qualcuno, per evitare di cadere anche io in questa trappola. Nei fatti nel 2016 Avicii annuncia il ritiro dalla sua attività live. Una notizia deflagrante, avvenuta a ventisei anni. Niente, in pratica. 

Ieri quella della morte. Improvvisa. Forse non troppo improvvisa, leggendo tra le righe.

 

 

 

Netflix ha tirato fuori il 31 marzo un documentario su di lui, un documentario che parte proprio da quel ritiro. Confesso di non averlo visto. E confesso che non intendo certo vederlo adesso. 

A questo punto dovrei dire qualcosa di profondo, di sensato. Qualcosa che faccia riferimento a come la musica di Avicii, quella che ha fatto ballare mezzo mondo negli ultimi anni, che ha influenzato il corso della EDM come e più di quasi chiunque altro, erede dei Daft Punk, loro ancora in vita, resterà a sua futura memoria. Magari dovrei citare i passi di Neil Young fatti propri da Kurt Cobain, anche se quella era un'altra storia, e credo un'altra fine di una storia, qualcosa che aveva a che fare col bruciare in fretta e lo spegnersi lentamente. 

Ma ieri è morto un giovane di ventotto anni. Un artista di ventotto anni. La sua musica resterà pure, lui no. 

Se è vero come è vero che sono i dj le nuove rockstar, in assenza clamorosa di nomi che arrivino dal mondo del rock e che siano capaci di impattare alla stessa maniera nell'immaginario collettivo, la cui musica sia capace di impattare alla stessa maniera nell'immaginario collettivo, Avicii vanta il triste primato di rockstar che si è bruciata subito, quasi neanche il tempo di esserci. 

Spiace. Come quando muore un ragazzo. Come quando muore un ragazzo che ha accompagnato le nostre giornate, quindi un ragazzo che in qualche modo conoscevamo.

La terra ti sia lieve, Tim. Spiace davvero.

 

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