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Pio e Amedeo, di come Emigratis la mette in culo ai finti perbenisti

April 18, 2018

 

Povero me, i simpatici mi stanno antipatici, i comici mi rendono triste.
No, niente a che fare con lo stereotipo del clown con la lacrima dipinta sulla faccia bianca, né niente che evochi Heinrich Boll. Se proprio dovessi indicare qualcuno, a riguardo, tenderei più a chiamare in causa Krusty il clown, ma la verità è molto più semplice: nel 99% dei casi coloro che si impegnano per farci ridere mi fanno cagare. Se poi questo tentativo è veicolato attraverso la televisione direi che potremmo anche slittare sul 100%, perché le regole strette del mezzo, la necessità quindi di stare in certe determinate gabbie, dal minutaggio alla tassa del tormentone da reiterare allo sfinimento per creare fidelizzazione con lo spettatore, familiarità quasi, mi vengono a noia già al secondo passaggio.

 


I simpatici mi stanno antipatici, i comici mi rendono triste, quindi, ma ritengo che Pio e Amedeo siano due geni assoluti e che il loro Emigratis sia quanto di meglio giri in televisione di questi tempi, intendendo con questo anni, non settimane, al pari con il Nemico Pubblico di Giorgio Montanini (che immagino, leggendo queste mie parole mi darà della testa di cazzo, andando poi a spiegare perché quando si dice a qualcuno che è una testa di cazzo, seppur uomo, lo si debba dire usando il femminile, cioè associando aggettivo alla parola testa e non alla parola cazzo).
Ora, me lo dico da solo, aver iniziato un pezzo elogiativo di Pio e Amedeo partendo da una citazione di Povero me di Francesco De Gregori è quantomeno postmoderno, perché sulla carta nulla c'è di più distante tra il Principe dei nostri cantautori e il duo pugliese in questione, l'uno in apparenza così profondo, gli altri in apparenza così superficiali, l'uno colto, parliamo sempre di apparenze, perché stiamo raccontando quel che si vede o si percepisce, gli altri ignoranti. Ma siccome anche io, quanto a genialità, me la cavo, sono andato oltre, forzando la mano al postmoderno come neanche uno Young Signorino sta facendo con la trap, e sono andato a infilare nel discorso anche Boll, non proprio uno di passaggio, e Matt Groenig e i suoi Simpson, altro che postmoderno.

 


Il fatto è che Pio e Amedeo sono postmodernissimi e Emigratis è la loro opera galleggiante televisiva. Partendo dal presupposto che le gente normale, quella di cui le due maschere che portano in giro sono rappresentative, ha sentimenti, pensieri, se li si possono chiamare così, e più in generale comportamenti che sfociano spesso se non sempre nel becero, nell'imbarazzante, nel basso basso, di quello che non diventerà mai camp perché non ha coscienza di se stesso, Pio e Amedeo usano loro stessi, le loro maschere, i loro comportamenti per stigmatizzare la medieta' italiana e inchiodarla al muro. Dietro una finta approssimazione, andiamo e facciamo cose, improvvisiamo, Emigratis è una perfetta sceneggiatura, cui contribuisce anche Pannofino con la sua voce narrante, e quelle due ore e un quarto di programma finiscono per diventare una sorta di requiem per quello che siamo e che, ahinoi, continuiamo a essere.

 

In questo caso, va detto, l'empatia che possiamo provare con le bassezze messe in scena da Pio e Amedeo, due perfette macchine da guerra, con un ritmo e una capacità di farsi mezzo per tirare fuori il peggio da qualsiasi situazione, non fa che metterci ulteriormente in difficoltà, perché le loro facce da schiaffi non fanno che farci capire che seppur con all'apparenza un bagaglio culturale più alto delle loro maschere, loro è evidente che sono altissimi, la pensiamo esattamente come loro. Che si tratti di chiedere a Bocelli se prende la pensione di invalidità o che si tratti di esternare una omofobia quasi inconsapevole, per non dire di quando all'omofobia subentra il sessismo compiaciuto, Valentina Nappi for president, noi siamo esattamente come i Pio e Amedeo di Emigratis, con la giustificazione di ritenerci assai diversi da loro, non fosse altro per quel senso di pudore che ci impedisce di fare del politicamente scorretto non tanto una scelta intellettuale quanto una modalità naturale. 

 


Credo, e dico credo solo per falsa modestia perché ne sono fermamente sicuro, che la prima puntata di questa serie, quella su loro due che si vogliono sposare a Ibiza per andare a pescare regali nel mondo ricchissimo dei gay, sia quanto di meglio la televisione abbia prodotto per attaccare l'omofonia. Molto meglio di tante campagne di pubblicità progresso o di tante storie vere raccontate. E sono altresì convinto che per aver potuto fare una cosa del genere Pio e Amedeo siano appunto dei geni, colti e preparati, perché puoi avere un talento naturale per strappare una risata, ma qui siamo decisamente più in alto.
Dieci, cento, mille Pio e Amedeo, quindi, e chi invece li critica per la loro volgarità, per le loro battute basse, per la loro trivialità altro non è che un ricchione.

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