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Mannarino, o della necessità di far crollare l'impero

April 7, 2018

 

Siamo in un'epoca di piena decadenza. Non è certo la prima volta che lo racconto. Per dirla con Fusaro, e dirlo online è già di per sé un paradosso, i barbari sono alle porte, l'Impero sta per crollare. 

Ecco, ieri sera ho assistito alla plastica messa in scena del momento in cui l'impero crollerà definitivamente, e l'ho visto con una prospettiva privilegiata, dal basso, cioè lì dove l'impero è già crollato da tempo, o forse, intendendo con l'impero in questo caso i privilegi e gli optional che una situazione di comando e di benessere comporta, conscio che l'impero è in realtà anche molto altro, non c'è proprio mai stato.

Ieri sera sono andato al Teatro degli Arcimboldi di Milano per vedere il concerto L'impero crollerà di Mannarino. Con lo zaino, simbolico, pieno di pregiudizi. O magari di giudizi di parte, quelli dati da chi affronta una situazione analizzandone solo una prospettiva, la propria, guardando quindi da vicino dei dettagli che però non ci mostrano in panoramica il complesso, come fossimo in dotazione invece di un drone.

Quando un anno e mezzo fa, circa, è uscito il suo quarto album, Apriti cielo, non ne ho scritto. E non ne ho scritto perché nutro grande stima verso questo cantautore e quell'album non l'ho capito appieno, scegliendo quindi di non scriverne per non doverne scrivere non bene. 

 

 

 

Mi spiego, considero Mannarino una voce unica nel panorama italiano. Con una poetica molto precisa, una lingua molto precisa, riconoscibile, tanto quanto il suo profilo, baffi e cappello. Ecco, Apriti cielo abbandonava il cappello, ieri in qualche modo lo ha anche detto dal palco degli Arcimboldi, pur facendo riferimento a questo tour teatrale più che all'uscita del suo ultimo lavoro di studio, e io ho fatico a capire la mossa. Perché di colpo lui, così carnalmente legato alle strade, ma anche agli scantinati, alle catacombe, alle cantine, ai vicoli della sua città, eretta a monumento di quegli ultimi che, appunto, dell'Impero sono al limite pubblico e vittime, non certo attori, si era affacciato al resto del mondo. Intendiamoci, musicalmente Mannarino è sempre stato attento al resto del mondo, specie a quei luoghi che, immaginificamente, possano essere ricollegati a questo paesaggio di baracche, barconi sul tevere, taverne e osterie, celle di Rebibbia che è stato il suo mondo. Quindi il sud del mondo, con la sua scrittura così potentemente romana, lo stornello a fare da faro, contaminata in qualche modo, che si trattasse di rumba o del rock operaio del Boss, polaroid di quella porzione del sud del mondo che abita il nord. Ma stavolta era l'attenzione a chi è in viaggio per il mondo, in cerca di fortuna, in cerca di quel che la propria terra non gli ha dato, o semplicemente in cerca di una idea di libertà che può costare ferite e rivoluzioni, a fare da filo rosso. E io non l'ho capito. Perché, pensavo, dopo la tripletta di Bar della Rabbia, Supersantos e Al monte, praticamente impeccabile nel presentarci canzone dopo canzone una poetica e una lingua, ripeto, uniche, Apriti cielo mi sembrava un passo indietro, un volersi in qualche modo normalizzare, diventare più fruibile per un pubblico che non lo conoscesse.

 

 

 

Ieri sera, però, ho capito. Ho capito che Mannarino sta semplicemente provando, con la fatica di chi si mette costantemente in discussione, certo, ma anche con il supporto del talento, della fantasia, e anche del mestiere, a raccontare l'oggi, la decadenza, appunto, regalandoci la prospettiva di chi non ha paura di sporcarsi le mani e le scarpe pur di stare nel mondo. Con un andamento a onde, inizio molto lento, teatrale, senza parole di supporto, svolta world, ritmata e ottimamente supportata da una band di sette elementi che riempie il palco e il teatro di suoni, poi ancora storie e suoni lenti, con un finale che è una vera e propria sferzata di energia che lascia spazio ai suoi amati classici, voce e chitarra fuori dal sipario, in mezzo al suo pubblico, L'impero crollerà è una perfetta fotografia del 2018, e di come nel 2018 l'impero potrà anche crollare, ma tra le macerie a salvarsi saranno solo quelli che sono abituati a vivere di vita, e non di cose, e a vivere aiutandosi a vicenda, avidi di emozioni più che di potere. Anzi, saranno proprio loro, la base, a farlo crollare, 'sto impero. Gli ultimi. Gli ultimi, appunto, che si tratti di una puttana del porto come di un migrante che probabilmente potrebbe non arrivare in nessun porto. Mannarino si muove sempre su un filo, funambolo senza rete, da una parte la retorica, quella delle parole recitate a rischio di sfociare nella poeticità ostentata, dall'altra lo stomaco, la pelle, i piedi stretti dentro scarpe sporche di fango, le braccia martoriate di ferite, le nocche sbucciate di chi non ha lesinato cazzotti, ma che in fondo di cazzotti ne ha anche presi parecchi.

Se dovessimo azzardare, come già non lo avessimo fatto fin qui, paragoni, verrebbe da dire che Mannarino prova con le sue canzoni a mettere in musica un romanzo classico come Diario dell'anno della peste di Daniel Defoe, o Il popolo degli abissi di Jack London, a volte andando a pascolare nel prato dove Hugo ha fatto mangiare i personaggi dei Miserabili, altre volte nelle strade sporche di fuligine di Charles Dickens. Il tutto, però, con una lingua popolana, più che popolare, la voce roca di chi ha fumato troppo, bevuto troppi bicchieri di vino rosso, tenuto un cappello troppo a lungo calcato sulla testa.

Se, come si diceva pochi giorni fa, Motta è la dimostrazione che esiste una nuova via al cantautorato politico, ed è quello che sposta sui sentimenti l'attenzione che un tempo era rivolta solo al sociale, non con la superficiale volontà di concentrare l'attenzione sull'apparentemente futile, ma con l'onestà intellettuale di avere coscienza che l'esibizione della propria felicità può essere un atto politico, Mannarino, quasi quarant'anni, è la prova provata che esiste anche una via più diretta, che tiene insieme lo sguardo agli altri linguaggi musicali di Enzo Avitabile con l'attenzione alle piccole/grandi storie, aneddoti e leggende, di un Vinicio Capossela.

 

 

 

Su tutto una notazione sorprendente, oltre che un plauso alla band, Puccio Panettieri alla batteria, Alessandro Chimienti alle chitarre, Renato Vecchio ai fiati e Seby Burgio a pianoforte e tastiere, la prodigiosa Lavinia Mancusi, cori, violino e tamburi, Nicolò Pagani al contrabbasso e al basso, e infine Daniele Leucci a percussioni, vibrafono e suoni, il Teatro degli Arcimboldi, pieno in ogni ordine di posti, ha accompagnato il concerto/recital, perché anche se di parlato c'è stato poco è evidente che L'impero crollerà è qualcosa di più di un concerto, cantando tutte le canzoni, inneggiando come si fa di fronte a un Dio Pagano, applaudendo e avvolgendo Mannarino con un calore sulla carta poco milanese. Qualcosa di spiazzante, non ci avessero già pensato le canzoni a spiazzare. Perché messe lì, mischiate a quelle dei tre album precedenti, anche le canzoni di Apriti Cielo, che sulla carta mi erano sembrate furbette, o semplicemente un passo indietro rispetto a un percorso che leggevo come deciso e ammirevole, acquistano un significato altro che mi ha lasciato a bocca aperta. Capitoli di un grande romanzo popolare, corale, con la sua voce roca, seppur meno tirata di quanto ci si sarebbe potuti aspettare, a fare da narratore.

Un grande spettacolo, questo. Che ci mostra come i suoni del mondo, quelli confluiti nel repertorio del nostro ultimo stornellatore, a metà strada tra uno Stefano Rosso e un Compay Segundo di borgata, abbiano non solo un senso, ma una necessaria urgenza di esserci. Perché solo dando vita al suono che attraversa quelle baracche, quei barconi, quelle cantine, quei vicoli, quelle taverne l'impero lo vedremo finalmente crollare.

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