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Lui non è noi, è Mezzosangue

April 4, 2018

 

Ci ho provato. Giuro che ci ho provato. Ma non ci sono riuscito. Ho fatto ricerche su ricerche. Ho guardato non so quanti video su Youtube, sfogliato pagine del National Geographic, visto documentari. Ma non ci sono riuscito. Stavo cercando un animale specifico. Ultimamente l'ho fatto spesso, quello di cercare animali con caratteristiche particolari. Si trattasse di cavalli che affogano imbarcando acqua dal culo, di zebre che si mordono le palle, di otarie che stuprano pinguini, di lucertole che schizzano sangue dagli occhi. Oggi cercavo animali che respirassero dalle ferite. Una immagine, questa, che a me personalmente, lo confesso, è arrivata nei primi anni Novanta da una canzone di Claudio Baglioni,  Qui Dio non c'è, contenuta nel doppio album Oltre. 

Ora, lo so che citare una canzone di Baglioni, seppur tratto dall'album universalmente riconosciuto come il più importante del cantautore romano, non è esattamente la mossa giusta, andando a parlare di rap e andando a parlare del rap di Mezzosangue nello specifico. 

Almeno in apparenza. 

 

 

Ma in realtà, pensateci bene, ve l'ho proprio messa in culo. Perché è vero che ascoltare il disco di cui sto per parlarvi ti fa chiedere se si respira anche dalle ferite, come è anche vero che ho usato una mossa spiazzante per parlare di un rapper spiazzante, attuando una sorta di mimesi con l'artista che intendo raccontare, costringendovi a pensare a Claudio Baglioni, per voi, presumibilmente, quello di “Quella tua maglietta fina” o di “Questa storia va a puttane sapessi andarci io”, se siete arrivati a questo articolo inseguendo in rete il nome Mezzosangue, ma ora vi trovate invischiati in un racconto che, quantomeno, vi ha messo di fronte a una sorta di lieve disagio, disturbante, per quanto possa essere disturbante il conoscere le canzoni di qualcuno che mai dichiareremmo in pubblico di conoscere, in campo musicale. 

Il fatto è che Mezzosangue è spiazzante, parecchio, e per più di un valido motivo. Lo è perché, in un'epoca in cui il rap ha abdicato per la trap, prendendo quindi l'idea di veicolare un messaggio attraverso un genere musicale che ha posto la parola al suo centro più di qualsiasi altro e buttandola nel cesso, lui, Mezzosangue, ha violentemente riposto il messaggio e la parola al centro delle sue canzoni. Lo è perché nel riporre le parole al centro della scena, Mezzosangue, non a caso uno che ha collaborato con En?gma e Rancore, opta per farlo portando l'ascoltatore a fondo, intendendo con questo non solo e non tanto l'idea di chi ci trascina a fondo in alto mare, che voglia farci vedere le bellezze dei fondali quanto voglia farci affogare, ma anche solo intendendo l'andare sotto la superficie, in profondità.

 

 

Fa rap, Mezzosangue, questo sembra una ovvietà ma ovvio non è affatto. 

Fa rap e lo fa come lo si può e lo si dovrebbe fare oggi, ma tenendo bene a mente la lezione dei suoi predecessori, soprattutto di quelli che hanno operato nella sua Roma. Ascoltando il suo nuovo lavoro, il mastodontico Tree- Roots & Crown, con la produzione dello stesso Mezzosangue e di quel mostro di bravura di Manuele Fusaroli, in arte Max Stirner, uno che in passato è stato capace di regalare suoni e immaginari a gente come i Tre allegri ragazzi morti, gli Zen Circus, Il teatro degli orrori, Le luci della Centrale Elettrica, Management del Dolore Post-Operatorio e, più recentemente, Andrea Mirò, ascoltando il suo nuovo lavoro, il doppio e mastodontico Tree- Roots & Crown, non si può che rimanere spiazzati, direi piacevolmente spiazzati, non fosse che l'idea di piacevolezza non è esattamente quella che accompagna l'ascolto delle diciotto tracce. Perché è come se i primi lavori di gente come Danno e Masito Fresco, di Primo e Grandi Numeri, di Militant A, tornassero di colpo sotto forma nuova, dotati di nuova linfa vitale e nuova vita. Un po' come succede per i cantautori romani, che si rifanno anche involontariamente a un modo di cantare che risale indietro nel tempo, agli stornelli, i rapper sembrano essere accomunati da una medesima matrice, almeno questi citati qui. 

 

 

In passato ho scritto, e lo confermo, che trovo Rancore il più importante rapper che la nostra scena abbia oggi attivo, caratteristica che potrebbe forse condividere con Neffa, tornasse a fare quel che faceva ai tempi dei Sangue Misto e con i Messaggeri della Dopa. Bene, credo che con questo doppio lavoro Mezzosangue vada a affiancarlo in questa incombente ruolo, quello di rapper più importante del panorama italiano. Uno che porta avanti la tradizione, ma che lo fa tenendo al centro delle sue canzoni la parola, e quindi il messaggio, ma anche la musica.

L'album, ripetiamo, mastodontico, si divide anche visivamente, in due parti distinte, Roots, cioè Radici, e Crown, cioè Chioma. Nella prima, con basi più votate all'elettronica, con largo uso di synth e di samples, Mezzosangue prende di petto il se stesso artista, e il suo rapporto con l'essere artista e con chi lo ascolta, nella seconda, più vicina al rock, suonata e con l'utilizzo di strumenti anche desueti per canzoni rap, come i violini e sax, Mezzosangue si guarda più dentro, sempre che non l'abbia già fatto nella prima parte. Due parti speculari, quindi, e che insieme vanno a formare un unicum complesso e sfaccettato. 

 

 

Una sorta di operazione massimalista, la sua, di quelle che in letteratura ci fanno gridare al miracolo, quando riescono alla perfezione, o allo scandalo, quando scivolano nel troppo. 

Mezzosangue ha urgenza di dire, quindi riesce nell'impresa impossibile di non esagerare, e in questo l'opera di Fusaroli, al suo fianco, appare fondamentale, proprio per quella sua capacità di regalare una poetica sonora a tutti gli artisti con cui ha lavorato, si trattasse di rock, indie o pop. 

Se a questo, e a una penna capace di creare sulla traccia quello che i letterati veri, gli intellettuali, qualsiasi valenza positiva si voglia dare a questa accezione, riescono a dare sulla pagina, aggiungiamo una estetica praticamente perfetta, oggi, con una identità volatile, un passamontagna nero da Subocomandante Marcos a accompagnare le sue tracce, in bilico tra rock cupo e hip-hop, sorta di reincarnazione contemporanea di quello che sarebbero potuti essere i Body Count di Ice-T, non fossero finiti schiacciati dall'immagine ingombrante del rapper californiano, direi che siamo di fronte a qualcosa di miracoloso. Un miracolo doloroso, stando a quel che le canzoni di Mezzosangue ci raccontano. Doloroso e violento. Comunque vivo, vivissimo. Talmente vivo da non poter far altro che gridare. Si ascolti la lancinante Destro Sinistro Montante (anzi, fatene un singolo, mi raccomando, dopo Ned Kelly, perfetta per riportare l'attenzione sul nostro, ma sicuramente meno mezzosanguiana di questa), la malinconica Wonderland, con un sax a fare da base che lascia il segno, o l'intima e al tempo stesso epica Io e te, morriconiana nell'incedere, e impietosa nel testo, per credere.

 

 

Non so chi sia Mezzosangue, ma dopo aver ascoltato le diciotto tracce di questo lavoro credo di saperne più di quanto una nota biografica ricca e una bella foto in copertina avrebbero potuto dirmi. Un cuore che pulsa in mano, nella mia mano, questo è Mezzosangue durante l'ascolto delle canzoni, tutte importanti, monolitiche, da ascoltare in apnea, proprio come quando si è sott'acqua. 

Lo dico, Mezzosangue è il nome da tenere d'occhio con Rancore, seppur distantissimi tra loro per stile e flow, con En'gma a fare da terzo comodo. Poi, chiaro, Nitro e Salmo stanno lì, a fare altro, specie il secondo, ma con grande classe e iconoclastia, ma Mezzosangue fa davvero paura per la sua capacità di comunicare, tanto quanto Rancore lo fa per la sua capacità di infilare una quantità incredibile di parole alte e basse una dietro l'altra, barra dopo barra.

I testi di Mezzosangue, hardcore nell'impostazione, anche se decisamente originali nella cifra, unici nello sviluppo, sono intrisi di riferimenti alti, a volte altissimi, dalla mitologia alla numerologia, passando per le citazioni parascientifiche, fatto questo, che lo fa ulteriormente accomunare a Rancore.

In conclusione, prendete tutta la trap, quindi, datele serenamente fuoco. Hanno le ore contante, e se non sono ore saranno giorni, settimane, mesi e anche anni. Ma di loro non resterà traccia, viva Dio, Mezzosangue lascia ferite talmente profonde che ci si può respirare, aveva ragione Baglioni.

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