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Surfando in cerca di bellezza

March 26, 2018

Evasione.

Ti svegli una mattina, l'anca che ha pulsato tutta la notte, le ginocchia che scricchiolano mentre percorri i pochi passi che dividono il tuo letto dalla cucina, dove vai a prepararti il primo di una lunga serie di caffè. Mentre aspetti che venga su butti lo sguardo sui social, sui siti di informazione, ancora sui social, che poi oggi sono il posto dove l'informazione trova asilo ancor prima che sui giornali, e ti viene una incredibile voglia di evasione. Qualcosa che riesca laddove nel qui e oggi non ci sono possibilità. Qualcosa che ti porti molto ma molto lontano da questa gabbia di matti. Il caffè è salito dentro la cuccuma, te lo versi nella tazza di X Factor, anche solo per il gusto incredibile di vederla poi sporca dentro il lavandino. Continui a pensare che andartene sia la sola soluzione, ma andartene davvero.

Lontano.

 

 

Viviamo in un'epoca di decadenza. Suppongo che nessuno sarà caduto dalla sedia nel leggere queste parole, o a nessun sarà andato di traverso il primo di una lunga serie di caffè della giornata. Tutto quello che ci arriva addosso ogni giorno, e di roba ce ne arriva davvero tanta, ci dice questo: decadenza. Tinte cupe, orizzonte frastagliato, respiro corto. Non è un caso che ansia e stress siano diventati tratti distintivi della nostra quotidianità. Non è un caso che sia venuta meno la speranza tanto quanto la fede.

Evasione, quindi. Andare via di qui. Adesso. Andare altrove, poco importa capire dove.

L'arte aiuta. Non solo a evadere dalla routine, ma a portarci in un posto migliore, magari anche solo immaginario. La visione dell'artista a volte, purtroppo non sempre ma a volte, anticipa la realtà, la disegna, eterea o dettagliata, prima che chi dovrebbe realmente aiutarci a costruirla la possa anche solo pensare. Lascia segni, l'arte, che possono fornire spunti, consentire interpretazioni, suggestionare. E fa tutto questo con le modalità che solo l'arte può permettersi, dicendo e mostrando altro. 

Oggi, quindi, serve arte che ci aiuti a evadere, perché è nell'evasione che può trovarsi il seme per qualcosa di nuovo da costruire, o magari la spinta a buttare giù tutto quello che oggi ci impedisce lo sguardo, cespuglio troppo alto per lasciarci intuire l'infinito.

Siccome però mi piace vincere difficile, perché vincere facile è slogan abusato dagli spot, eccomi che mi ritrovo a evadere usando un genere musicale che solitamente viene rigettato da chi prova a dare alla musica un valore intellettuale, sovrastrutturando il già potente valore dato dall'intrattenimento. Parlo del pop. Genere spesso associato all'idea di evasione, è vero, ma non dalla decadenza, bensì dalla seriosità, dalla profondità, come se leggerezza e superficialità dovessero necessariamente andare di pari passo. 

 

 

Genere d'evasione, pensateci, non viene certo usato come complimento. Io, invece, cerco nel pop quella spinta di sopravvivenza, di speranza, che la realtà al momento fatica a fornirmi. 

Parlo ovviamente di macrosituazioni, di sociale, non certo del privato.

Guardo al pop perché magari troverei più facilmente conforto in musica di ricerca, per sua natura propensa a farsi fotografia della contemporaneità e per sua attitudine incline a farsi politica. Tutto troppo facile. Preferisco cercare la leggerezza, e dentro la leggerezza il bello. E preferisco cercare la bellezza e la leggerezza laddove la leggerezza e la bellezza si trova, solo avendo la pazienza di andare a togliere la schiuma, nel pop, appunto. Surfando sulla superficie, magari, ma una superficie che lascia intendere le profondità che si trovano sotto, perché profondità ci sono, a volte.

Questo per dire che, in un'epoca come questa, di decadenza, di cupa assenza di futuro, di incertezza divenuta routinaria, non posso che ascoltare in maniera smodata delle canzoni pop. Anche per reazione al tanto pop orribile che gira in questo momento, penso all'ultimo album di Laura Pausini, qualcosa capace di ridisegnare il concetto di pacchiano, nei suoni come nell'interpretazione, o penso a quello di Emma, che forse non deve ridisegnare niente, perché già aveva il copyright del brutto. 

Cosa ascolto?

Niente, in realtà, mi verrebbe da dire. O almeno niente di nuovo. Perché il pop italiano mi sembra, oggi, e per oggi intendo proprio oggi, non un oggi che sottintenda un in questo periodo, di pop buono recente non ce n'è.

 

 

Ma ci sono aspettative che fremono, che mordono il freno.

Per dire, ho molto apprezzato il lavoro di esordio de Le Deva, la sola popband al femminile italiana che non si incappata nell'essere stata concepita a tavolino. Quattro voci, Verdiana Zangaro, Greta Manuzi, Roberta Pompa e Laura Bono, quattro mondi musicali, tre dei quali provenienti dai giustamente bistrattati talent ma che una volta uscitene si sono rimboccate le maniche e si sono impegnate in un progetto sensato come questo, una vera popband femminile sulla falsa riga di quelle internazionali. Dietro di loro uno staff di tutto rispetto, con autori di livello come Marco Rettani, il grande Zibba, Andrea Amati, Alessio Caraturo o Antonio Maggio, con la produzione di Chicco Palmosi, già dietro i primi Modà (e la cosa non la si legga con egual bonomia), e la benedizione discografica di un vecchio marinaio della discografia come Pippo Landro, uno che ne ha viste più di quante voi umani non potreste immaginare.

Il tutto da una intuizione di Manuel Magni e Samantha Nocera della Newtone Agency, che della band sono rispettivamente manager e addetta alla comunicazione. Da lì all'arrivo della New Music International di Landro e della Dischi dei sognatori il passo è stato breve. Lo stesso passo che divide una intuizione da un dato di fatto.

E l'immaginazione è in effetti il primo carburante del loro album d'esordio, 4, tutto di ottimo livello ma con una perla come La fine del mondo, hit che in un mondo giusto finirebbe in testa alle classifiche radiofoniche, se solo le classifiche radiofoniche avessero a che spartire con la qualità dei brani che vi sono presenti.

 

 

Ecco, quel che mi aspetto, a breve, è un nuovo singolo de Le Deva e, lo dico, siccome la band in questione è una delle poche realtà pop che gioca anche sul femminile, senza fare l'occhiolino, certo, ma neanche nascondendosi, auspico un incontro con l'altra artista mainstream che su questo fronte gioca a carte scoperte, un connubio che potrebbe diventare davvero esplosivo, sul piano musicale ma anche su quello estetico, e quindi video: Baby K.

Ecco, ragazze, io ve l'ho detto. Non potete lasciare che il mio sguardo sulla realtà resti lo sguardo di chi ha di fronte solo decadenza. Non potete neanche lasciarmi in balia della musica che già per sua natura mi piace, senza quasi sorprese, perché coincide intellettualmente più col mio immaginario. 

Stupitemi. Ma stupitemi davvero. E fatelo subito. Abbiamo così bisogno di leggerezza...

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