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La musica che (mi) gira dentro

March 20, 2018

 

 

Siccome i social network sono spesso lo specchio del qui e adesso, non c'è da stupirsi che un giro su Facebook, Instagram o Twitter oggi corrisponda a un tour de force in un mare di merda. Gli ingredienti ci sono tutti: odio, superficialità, disinformazione, democrazia brandita come arma contundente, delegittimazione della cultura. Roba da scapparne a gambe levate, non fosse che scapparne sarebbe un po' non essere qui e adesso, quindi non essere.

Ci sono però anche cose interessanti, non perché in ogni dove si trova del buono, ma proprio perché ci sono cose interessanti, specifiche. Una di queste è una sorta di catena di Sant'Antonio che sta girando su Facebook in questi giorni. Qualcosa, e qui torniamo in parte ai motivi per cui toccherebbe guardare ai social con debiti distinguo, che lascia ampio spazio al narcisismo degli utenti, in quel classico sfoggio di centimetri di ego da dispensare a uso e consumo dei contatti, ma che rimane pur sempre interessante. Parlo, nel caso non lo si fosse intuito, dei 10 dischi in dieci giorni. Niente di nuovo, per altro, perché catene simili girano da anni, ma pur sempre interessante. Perché, anche in virtù di quella gara a chi c'ha la discografia più lunga (nello specifico più bella, più originale, più alternativa, più personalizzata), saltano fuori scelte curiose, interessanti. Intendiamoci, volessimo studiare gli elenchi che girano su Facebook, appunto, ce ne sarebbe per un piccolo saggio di antropologia culturale, perché si va da chi ostenta solo grandi classici a chi, per contro, non cita nulla che sia stato prodotto nel novecento, nonostante la catena reciti qualcosa che faccia riferimento a “ai 10 album preferiti. Qualcosa di davvero determinante e tutt'ora nelle nostre playlist”. Detto questo, però, se mai servisse un veloce ripasso di quel che di fondamentale è successo nella musica, specie in quella internazionale, perché quasi tutti, per motivi che mi sfuggono, postano prevalentemente album internazionali, ecco, Facebook in questi giorni fa le veci di quella che un tempo era l'enciclopedia del rock.

Ora, siccome Enrico Silvestrin mi ha nominato, mi sono trovato anche io a dover fare un ragionamento su quelli che sono i dischi fondamentali della mia vita. Non solo, quindi, e non tanto quelli che ritengo i più belli, ma quelli che in qualche modo hanno segnato tappe centrali del mio percorso musicale. Ovvio che in questo abbia un peso l'anagrafe, mia e dei dischi, perché essendo stato un ragazzino negli anni Ottanta, ma soprattutto un ragazzo che si affacciava realmente al mondo a inizio degli anni Novanta, è normale che gli album usciti in quel periodo abbiano un posto di rilievo nelle mie scelte. Ovviamente, non siamo su un social, e soprattutto non ho ancora finito di pubblicare tutti i miei album e non intendo spoilerarmi da solo, ma il motivo per cui son qui a scrivere è che questi ragionamenti sugli album fondanti della mia vita mi ha portato a fare i conti con una serie di lavori che, in effetti, senza neanche accorgermene, una volta entrati nella mia vita, nel momento in cui sono usciti, a volte, e recuperati anni dopo la loro uscita, altri, non sono più iusciti dai miei ascolti, costante di questi quasi cinquant'anni di esistenza.

Il primo che ho citato, e per motivi che non saprei neanche spiegarvi a parole, nonostante spiegare la musica e le sue dinamiche a parole sia in effetti il mio lavoro, è Warehouse: Songs and Stories degli Hüsker Dü. Intendiamoci, non sono stati Grant Hart, Bob Mould e Greg Norton i primi artisti che ho seguiti, a uno di questi ho dedicato il mio secondo album postato, ma sicuramente sono quelli la cui attitudine, punk e melodica al tempo stesso, rivoluzionaria senza perdere d'occhio la vita quotidiana, sentimentale e politica allo stesso tempo, è stata più vicina alla mia. E a parte questo, Sorry somehow è, senza se e senza ma, una delle cinque canzoni che porterei in un'isola deserta, capace ancora oggi di spellarmi il cuore, tanto più sependo che Grant Hart non è più in questo pianeta con noi. Il secondo, invece, è l'album che per primo mi ha indicato la strada che la scrittura avrebbe rappresentato per me, qualcosa da fare on the road, come flusso di coscienza, prendendo di volta in volta la forma del luogo (fisico o simbolico) nel quale mi trovo. L'album è Running on empty di Jackson Browne, composto, è noto, durante un fortunato tour, a volte registrando durante il sound check, altre nel pullman che spostava artista e band in giro per gli States, altre ancora in camera d'albergo. Un diario in musica col quale, bambino, ho cominciato a confrontarmi con una lingua diversa dalla mia, seppur la presenza in casa di mio fratello maggiore Marco, otto anni più di me, mi avesse già fatto incrociare Crosby, Stills, Nash e Young, Eagles e James Taylor, oltre che Le Orme e altri giganti della musica degli anni Settanta.

Terzo lavoro, in ordine d'arrivo, e sappiate che arrivati ai dieci proseguirò almeno fino a venti, fregandomene del regolamento interno della catena di Sant'Antonio, è Sign o' the Times di Prince. Il motivo, in questo caso, è facile da spiegare: Prince è stato il primo artista, probabilmente anche l'unico, di cui io mi sia mai dichiarato fan. Un gigante, non sono certo io il primo a dirlo, che con la sua musica ha ridisegnato la mappatura della black music, andando a integrare nella sua geografia anche buona parte del rock e del pop. Questo album specifico, in realtà, non è quello di Prince che ascolto più spesso, forse Purple rain, ma per il suo essere così prolisso, enciclopedico nel presentare generi e sottogeneri musicali, quasi intasato di suggestioni, di immagini, di poetica, mi sembrava il più importante per rappresentare l'artista di Minneapolis, città dalla quale, va detto, arrivano anche Hart e soci. Un'artista che, non si fosse detto che gli album dovevano essere stati fondamentali avrei citato sicuramente Frank Ocean e Kendrick Lamar, forse anche Fantastic Negrito e Beyoncé, tutti impegnati sullo stesso piano intellettuale, ha davvero riscritto il codice genetico della black music e, per traslato, della musica tutta. Operazione che per certi versi hanno provato a fare, sempre in ambito mainstream, anche Terence Trent D'Arby, oggi Sananda Maitreya, e Lenny Kravitz.

Non siamo ancora arrivati agli anni Novanta, avrete notato, e così è anche per il quarto titolo, che però, chi ha visto il post su Facebook non lo può sapere, in realtà doveva essere doppio, se solo avessi saputo come si fa a mettere insieme due fotografie. Perché ho pubblicato, è vero, The Joshua Tree degli U2, album che per me, fisicamente, ha rappresentato il mio lasciare casa per seguire la musica. Era il 1987, infatti, quando per la prima volta sono andato a un concerto fuori da Ancona, a Modena, nello specifico, il concerto di Bono e soci per il The Joshua Tree Tour. Una cosa indescrivibile, infatti non sto qui a descrivervela, ma che ha contribuito in quel giovane provinciale così lontano da tutto a far nascere l'idea che la musica fosse, appunto, racconto, letteratura, parole che dicono la musica. L'altra foto, quella che non sono riuscito a mettere, era quella di Achtung Baby, album arrivato dopo l'autocelebrativo Ruttle and Hum, album che così bene ci ha introdotto, mi ha introdotto, agli anni Novanta. Un album spiazzante, contaminato, contemporaneo, ieri come oggi. Un capolavoro, che però nella mia vita è arrivata dopo The Joshua Tree, e tant'è.

Insomma, lo so che ormai siete anche voi intrippati con questa cosa dei dieci (o più) album fondamentali, per cui potrei serenamente fermarmi qui. Non fosse che in effetti come cazzo si fa a non citare tutti quegli altri lavori che hanno piastrellato il mio cammino fin qui? Da Enter the Wu Tang (36 Chambers) del Wu Tang Clan, perché senza il rap quando mai avrei iniziato a scrivere?, a The Stone Roses degli Stone Roses, io che ho sempre sperato di essere altrettanto rude boy di Ian Brown, da Memorias, Cronicas e declaracones de amor di Marisa Monte a Mighty Joe Moon dei Grant Lee Buffalo, solo perché Mockinbird è un'altra delle cinque canzoni di cui sopra, più di Fuzzy, a New Adventures in Hi-Fi dei R.E.M., con quella Leave che incarna, a mio modo di vedere, esattamente il punto di incrocio tra alternative e mainstream, il punto di incrocio più alto e chiaro, da Bandvagonesque dei Teenage Fanclub a Sealing of Cheese dei Primus, Les Claypool santo subito, così come santo subito sia fatto adesso Mike Patton e i Faith No More di The Real Thing, altra tappa fondamentale di questa mia vita. E poi London Calling dei The Clash, Fisherman's Blues dei The Waterboys, Sea Change di Beck, Rage Against the Machine dei Rage Against the Machine, Bedtime for Democracy dei Dead Kennedys, Doolite dei Pixies, Queen of Siam di Lydia Lunch, e due album che da soli meriterebbero un articolo a parte, forse anche un libro. Parlo di Five Man Acoustical Jam dei Tesla, sorta di MTV Unplugged senza MTV, album in acustico di una delle migliori e meno valutate band di hard rock americano, i Tesla. Qualcosa che fa i conti non solo con il loro repertorio, ma anche con dei classici del rock mondiale, dai Beatles ai Rolling Stones, perché così dovrebbe sempre essere quando si rifanno i conti col proprio stile. Cazzo, quante chitarre. E poi Get a Grip degli Aerosmith, uscito guarda caso esattamente venticinque anni fa. Un album che per me fondamentale, con brani come Amazing o Cry che hanno, letteralmente e fisicamente, accompagnato il momento in cui ho preso in mano la mia vita e ne ho fatto quel che volevo, o quasi. Un album, in effeti, che merita più di una citazione, per cui per ora mi fermo qui, e ci tornerò su intorno alla data di pubblicazione, il 20 aprile.

Per ora, che dire?, iniziate anche voi a diffondere musica con questo giochino, e soprattutto continuate a sentire musica vera, di quella capace di restare nel tempo non solo nel vostro stereo, lettore cd, smartphone o come diavolo ascoltate musica, ma soprattutto nel vostro cuore e nel vostro cervello.

 

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