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Io, Claudio, Paola e Tony Levin

February 16, 2018

 

Cara Paola, mi permetto di scriverti dopo aver letto il tuo accorato post su Facebook, nato dall'aver letto e evidentemente poco apprezzato un articolo uscito su Rolling Stone, articolo che, in realtà, intendeva difendere Claudio Baglioni, suo ex marito. Di più intendeva in qualche modo costruire i presupposti per un mea culpa, seppur non richiesto.
Seppur non avendo io scritto quell'articolo, dal momento che tiri in ballo i critici musicali mi sento di scriverti.
Ti scrivo a partire da un nome, non il tuo.
Tony Levin. Fortunatamente a un certo punto è arrivato Tony Levin.
Perché per chi, come me, Baglioni era sempre stato parte della normale colonna sonora quotidiana, passato prima da una sorella maggiore di sei anni, ragazzina negli anni settanta, poi da una passione personale, nutrita a suon di giochi di parole, di armonie complesse, quasi sinfoniche, di canzoni in cui le note venivano tenute anche per trentasette secondi, come in Tutto il calcio minuto per minuto, vedi l'acuto finale, non ci fosse stato Tony Levin la vita sarebbe stata un inferno.
Sì, perché l'essere cresciuto in una famiglia con tre figli, con un fratello più grande di otto e la sorella di cui sopra, mi ha formato in quella forma sghemba che, oggi, mi fa finire a parlare di Red Canzian indossando una t-shirt dei Dead Kennedys, come se non ci fosse niente di strano. La musica è musica, del resto, e i generi, gli steccati, le categorie, ce le siamo inventati noi critici per pigrizia e comodità, mica è una faccenda nata dal basso. Così se da una parte c'era la west coast, Le Orme e i cantautori impegnati, dall'altra Baglioni e Baglioni, in maniera ossessiva, quasi dittatoriale. Normale, immagino, che Baglioni sia finito per diventare uno dei miei cantanti preferiti, e normale che, in quel modo un po' anarchico che poi ho reso parte integrante del mio lavoro, non abbia fatto del mio amore per Baglioni un segreto, andando a esternarlo anche in luoghi dove il suo nome sembrava messo al bando, dai centri sociali nei quali andavo a ascoltare concerti hardcore, Grant Hurt degli Hüsker Dü l'altro mio idolo indiscusso di gioventù, o nelle jam rap che frequentavo, pur non essendo né un rapper né un b-boy. La musica è musica, appunto. Quando, nel 1992, dopo il successo travolgente di La vita è adesso, e dopo una serie di esperienze live quantomai originali, Baglioni ha tirato fuori il suo album più ambizioso, quello che anche chi non lo ama è solito riconoscergli come capolavoro, Oltre, un doppio in cui il suo amore per le musiche e le parole sembrava quasi avergli preso la mano, la presenza di Tony Levin tra i musicisti mi è venuta in soccorso, lui che è stato al fianco di Peter Gabriel. Come dire, se Baglioni va a collaborare coi musicisti di Peter Gabriel, uno che pur avendo involontariamente dato vita a quel fenomeno di anti-musica che è stato il punk, è pur sempre ammirato da tutti quanti adorano il rock, punk compresi, qualcosa vorrà pur dire. Chiaro, quando Baglioni era stato chiamato, anni prima, a suonare al concerto per Amnesty International al fianco dello stesso Gabriel, di Springsteen, Sting, Youssu Ndour e di Tracy Chapman, lui che col rock, apparentemente, nulla aveva a che fare, in molti avevano storto il naso, al punto che la sua esibizione era stata letteralmente seppellita dai fischi. In molti avrebbero voluto Vasco, rocker decisamente più catalogabile come tale. Ma Oltre ha messo d'accordo tutti, grazie a Tony Levin, allo stesso cantante senegalese e soprattutto a tutta una serie di canzoni che sono andate a pescare in generi diversi. Certo, tenendo sempre al centro quella maniera tutta romana di scrivere melodie e arie, appoggiate su giri di accordi complessi, la voce sempre tirata, seppur con le tipiche inflessioni da stornellatore. Poi ci sono ovviamente stati altri lavori, anche se l'impressione è che quello sia stato il picco più alto. Quello che difficilmente si può superare. Ci sono stati Io sono qui, con quella perla di Fammi andar via, che sempre a te, come Mille giorni di te e di me e buona parte del suo repertorio, sembra dedicata. C'è stato Viaggiatore sulla coda del tempo, con la struggente A Clà. C'è stato Sono Io- L'uomo della storia accanto, con Quei due, vedi sopra, e quella Patapàn che sembra essere il giusto seguito di Tamburi Lontani, piccole biografie in musica. E poi altri dischi, altre canzoni, ma sempre meno rilevanti, incisive, fondamentali.
Ma Baglioni è Baglioni, non si discute. Anche se nel dirlo ti accorgi che quelli intorno a te hanno tutti la t-shirt dei Mr Bungle, se in sottofondo c'è un assolo acido di John Zorn, se il tatuaggio più piccolo esibito sulle braccia degli astanti è un gigantesco loro dei Nine Inch Nails.
Ora, Paola, non credo di dover star qui a dimostrarti che ho sempre apprezzato Claudio Baglioni. Nel 2003 ne scrissi, su una rivista che aveva i Muse in copertina, citando per di più il famoso slogan di lancio dei Rolling Stones nel titolo: “Lascereste uscire vostra madre con quest'uomo”. Era un articolo rivolto a un ipotetico fan di Marylin Manson, e nel testo spiegavo al giovane cultore del rock estremo e dell'occulto che, con ogni probabilità, era stato cresciuto a pane e Baglioni. Articolo, quello, frutto di un'intervista fatta a Milano, durante la quale, con un pizzico di vergogna, avevo dovuto spiegare a Claudio, con l'emozione di chi, giovane critico musicale si trova di fronte qualcuno che lo ha accompagnato musicalmente tutta la vita, la tizia che lo aveva inseguito in motorino durante tutta la permanenza in Ancona, mia città natale nella quale aveva allestito il nuovo tour, altri non era che mia sorella Caterina, ancora oggi sua fedelissima fan.
Ecco, Paola, nel leggere le tue parole, sicuramente sentite, seppur un tantino intempestive, mi è sovvenuto che, all'epoca in uscì il tuo album Il vento Matteo, nei primi anni 90, ero stato uno dei pochi acquirenti che erano andati a comprarlo, così, sulla fiducia, perché se eri stata la moglie di Baglioni, se avevi vissuto con lui, se gli avevi ispirato così tante canzoni, qualcosa sicuramente avevi da dire anche tu. Teorema, confesso, che aveva un filo vacillato all'ascolto, non esattamente rispondente alla domanda di partenza. Sta ancora nella mia discoteca, inisieme alle altre migliaia di vinili. Vinili che spaziano dal punk al metal, dal cantautorato classico, alla world music, senza barriere, come dovrebbe essere per chi ama la musica e ha anche avuto la fortuna di fare dell'amore per la musica, una professione, dopo anni di studio indefesso e disperatissimo. Amore che ha sempre fatto sì che guardassi alla musica senza generalizzazioni, faticando a spiegarmi, prima, e a spiegare poi agli altri che confondere la critica musicale con certo giornalismo d'accatto è un errore che danneggia più chi poi la critica prova a farla di chi con quel giornalismo impatta, artista o addetto ai lavori. Amore che però si è immalinconito nel leggere la tua altrettanto avvilente generalizzazione. Perché la critica non è tutta uguale, e anzi, quella di cui parli non è neanche critica, ma altro. Fare di tutta l'erba un fascio è un atteggiamento sbagliato, se lo mette in atto un critico musicale, ma è altrettanto sbagliato se a seguire questo mood è chi intende affondare la lama proprio sulla critica musicale. Non tutti hanno schernito Baglioni, e non solo per ragioni anagrafiche. Non tutti hanno preso le distanze, prima, salvo poi salire sul carro del vincitore, oggi. Prova ne è che io, che l'ho sempre amato, oggi mi trovo a dargli 4 in pagella, per il brutto spettacolo televisivo, così poco affine alla selezione musicale attuata nel mettere insieme il cast di Sanremo. Scendere dal carro del vincitore, quindi, sempre riconoscendo a Baglioni quel che è di Baglioni, un talento immenso nello scrivere canzoni, legittimamente appannato nel tempo.
Cara Paola, prometto che una volta che questa querelle sarà tornata nel registro delle faccende di cui a nessuno frega niente metterò nuovamente il tuo vinile sul piatto, a distanza di venticinque anni, e me lo ascolterò come se fossimo allora, io un ventitreenne decisamente più in forma, i lunghi capelli ricci che arrivano fino al sedere, la felpa dei Napalm Death, che canticchio “le pattinatrici girano nella tv/ Tagliano un'aria di ghiaccio/ Saltano su appese a un braccio/  E piccoli studiati gesti/ E piroetti nei costumi celesti/ E le melette nelle guance/ Prendono fiato/ E prenderanno un dì marito/ E con la stessa grazia/ Ripiegheranno le ali giù”. Perché la musica è musica, Paola, la critica è la critica, e grazie a Dio non siamo tutti uguali, ma anche piacevolmente diversi.

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