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Copia, hip hop, produttori, soldi, paura della tecnologia : problemi italici.

December 20, 2017

 

 

C’è una cosa che da fissata per la musica mi diverte un sacco : scovare i giri e le melodie scopiazzate a destra e manca. Sorrido quando li riconosco nei pezzi di Ermal Meta, di Francesca Michielin, presi da malcapitati successi americani o italiani.
Sorrido, twitto magari, per dire che un pubblico italiano che non si dà da bere proprio tutto quello che è costruito intorno al concetto di « autenticità » esiste, ma poi mi fermo li, niente giudizi di valore, ognuno è libero di fare quello che gli pare.

Da antropologa della musica tornata dall’estero in patria italiana, mi sono fatta una teoria, o  un’idea, o un’ipotesi - chiamatela come vi pare. Noi italiani non sappiamo copiare i suoni. E questo perché da noi permane una concezione della musica che ci portiamo dietro dal melodramma e dai nostri compositori « classici » : la musica, da noi, sono le melodie e le armonie - o almeno queste sono gerarchicamente più importanti del suono in sé.

Vogliamo fare il raggeaton, ma riusciamo a copiarlo solo superficialmente, nel beat. Si vuol far diventare la Michielin una Lorde italiana (citando il maestro Monina) ma falliamo nel creare uno spazio sonoro, un riverbero con un senso e che non suoni fake. Insomma la tesi è : il nostro problema italiota è che non sappiamo copiare i suoni. Perché quel sistema musicale che ci trasciniamo dietro dal melodramma e difeso da vecchi signori barbuti non hanno mai legittimato delle procedure, dei processi « da poveracci », che vengono dall’ hip hop …e che portavano alla luce del sole la copia come processo creativo sistematico - che c’è e c’è sempre stata anche tra i compositori classici, ma che, badi bene, deve e doveva rimanere segreta, in difesa di una costruzione romantica, quella del genio artistico che inventa dal niente, ex novo - come Dio, insomma. E far credere che l’artista è Dio è bene perché Dio si vende più caro, per Dio si è disposti a sborsare più soldi.
Perché, cosa facevano i ragazzi nel Bronx tra la fine dei ’70 e l’inizio dei ’80 ? A partire da pezzi jazz, soul e latino-americani, campionavano e sminuzzavano il suono, isolavano delle cellule ritmiche o dei singoli suoni di strumenti « veri » per trattarli nella drum machine e trasformare il suono, ripetendolo, essenzialmente in ritmo, secondo una logica temporale che gli accordavano (sequencing). Dai, non andate in paranoia appena si parla di tecnica, avete capito come funziona - se no andate a vedervi dei video su YouTube e capirete.
Il fatto è che da noi in Italia, l’hip hop è arrivato da noi come un blocco, come una cosa americana poco riappropriabili, per tante ragioni economiche, politiche e sociali sulle quali non sto qui ad ammorbarvi. Così, gli hop-hoppari italiani si approcciavano a questo blocco riprendendo appunto magari le basi intere, in blocco. Intanto i vecchi di cui sopra riuscivano a far restare la musica vera ad appannaggio delle élites, quelle che si possono permettere di comprare uno strumento e prendere lezioni - si perché il rock, comprarsi uno strumento con amplificatore annesso, signori, è roba da ricchi. Due piatti e un sequenziatore, di base, costano meno. 

E così arriviamo al pop dei giorni nostri, in cui il produttore, che fa un po’ quel lavoro che noi erroneamente pensiamo come « fare le basi » e che è nato con l’hip hop, per noi italiani è ancora una figura avvolta nel mistero. Mentre in America, Francia o in Svezia (l’ho sentito quel gridolino di dolore - lo so, lo so, è anche il mio) colui che compra musica ha in bocca i nomi di Max Martin, Calvin Harris, Timbaland, Jay-Z ecc., in Italia i nomi dei produttori italiani restano più o meno nascosti dietro a quelli dell’ « artista », nel senso di vedetta-cantante (il melodramma, di nuovo)… Un alone di mistero circonda la figura di quest’uomo che sta dietro i pulsanti. Che fa, concretamente ? La sa la musica ? Chi ce l’ha messo ? Perché lui e non un altro ? Queste sono cose che non vanno dette - niente so, niente dico. E così i nomi dei produttori appaiono timidamente negli articoli scritti pari pari dai comunicati stampa, ma giusto perché è corretto, si usa mettere il nome del produttore…. Poi basta, finito li, omertà. 
Il mistero e la mistificazione della tecnologia permane, la nonna ci ha sempre detto che nel computer c’è il diavolo e si parte dal presupposto che il produttore fa sicuramente qualcosa di male. Tipo copiare.
Onnipotente e invisibile, l’antropologa rizza le antenne : puzza di Dio o di Satana, che per caso mette in pericolo l’aura degli idoli pop scesi in terra di cui conosciamo le belle facce ? 
Inaccettabile. Contando anche che il produttore non è per forza neanche uno « strumentista », a volte è un fonico… ! Non sei strumentista, non sei musicista. Gerarchicamente impossibile dargli una legittimità in Italia.

Ma la copia, dicevamo. Quando sono arrivata in mezzo agli hip-hoppari francesi, dopo avergli spiegato cosa andavo a fare da brava bambina antropologa e dopo avermi messa subito al mio posto con un « sei fidanzata? », arriva il rito di passaggio :   quel passo o quella rima non li vedrai o non li sentirai una seconda volta - se riesci a copiare qualcosa da un freestyle, sei degno di essere uno di noi.
La copia è un valore, nella cultura hip hop. Nessuno sta a dettagliare il modo in cui si fa qualcosa, come succede invece quando impari uno strumento da un insegnante - proprio come per i produttori, vedendo un produttore esperto lavorare, ruberai, copierai. …che casualmente, prima che la musica diventasse un business, è il modo in cui per secoli i nostri italici antenati come dappertutto nel mondo, hanno imparato a suonare gli strumenti della tradizione. Si chiama mimetismo. Garantisce un po’ la conservazione della specie, ma non stiamo qui a pensarci…

Io dico viva la copia, viva la citazione usata per inserirsi in una discendenza, ovvero quella per cui se ti cito, è perché ti stimo e voglio portare avanti la tua tradizione, o allora perché ti sfido (o entrambi). Prendiamo l’esempio di un testo, che è più facile : « Se è una femmina si chiamerà futura », Oh Vita di Jovanotti, che cita Lucio Dalla. 
Dico che ridicole, goffe e maldestre le copie fatte a casaccio, in maniera gratuita, senza che la citazione sia dichiarata e giustificata. Che ridicoli quelli che addirittura si auto-citano solo perché sono a corto di idee. Vedi il produttore di Arisa che in « Controvento » mette la stesso intro di « Entra nel cuore » di Micol Barsanti.
Si, non è una frottola usata per giustificare chi fa comodo giustificare, c’è una differenza tra citazione e brutta copia  - una sottile linea che nell’hip hop è un valore ben demarcato in base al quale si generano risse.

Il problema è sempre uno, quello della proprietà, del diritto di autore, dei soldi. Ci accaniamo a difensori della copia in nome del concetto di autore e della proprietà privata che da secoli ci hanno inculcato. Allora dici viva la copia solo se sei cresciuto in periferia, se riconosci di dover essere grato a quelli che ti ispirano e che niente nasce ex novo dal tuo misterioso cervello, o se sei un anarchico insurrezionalista (o tutti insieme).
Copiate, basta che facciate musica. La musica è di tutti, fatene solo buon uso.

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