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Natale in casa Iezzi (citofonare Paola)

December 5, 2017

 

Giustizia è fatta. Mentre ascolto le tracce dell'album di cui sto per andare a parlarvi pernso in loop questo: giustizia è fatta. Per più di una ragione, tutte serissime.

Giustizia è fatta perché, nonostante la mia aura da Grinch io adoro il Natale, e finalmente potrò sostituire l'ormai consunto cd di canti a tema di Michael Bolton.

Giustizia è fatta perché, diciamocelo onestamente, per poter rimuovere dalle orecchie la voce strillata di Laura Pausini che l'anno scorso urlava le canzoni di Natale come fossero i nomi dei giocatori che stanno per scendere il campo allo stadio sono dovuto ricorrere a tre ore intensive di tutta la discografia dei Die Antwoord, demos comprese, e i Die Antwoord non sono propriamente ascolti natalizi.

Giustizia è fatta perché finalmente Paola Iezzi, suo l'album di cui ho già cominciato a parlare, torna con un lavoro tutto suo, e lo fa in una modalità che, seguitemi con fiducia e vedrete, ben lascia intendere per il futuro prossimo.

Andiamo con ordine.

Paola Iezzi esce il 5 dicembre con il suo album di Natale, dal titolo A Merry Little Christmas. Esce così, spavalda in un periodo in cui il mercato è intasato di uscite vere, da Cremonini a Jovanotti, all'album del cavallo affogato, e di uscite farlocche, inserite a caso uno dei tantissimi repack di questo periodo. Spavalda perché è da spavaldi, oggi, tirare fuori un album suonato davvero, lo abbiamo detto parlando di Cremonini e Jovanotti, ma è ancora di più da spavaldi farlo contando sulle proprie forze, senza quindi dover ricorrere a supercazzole per spiegare la scelta fatta.

Paola Iezzi ama il Natale.

Paola Iezzi sa come si canta.

Paola Iezzi ha un innato senso del pop.

Mettete insieme e shakerate e avrete un album godibilissimo, natalizio nello spirito e nella resa, ma che ci dice anche molto di più. Sì, perché nelle dieci tracce di questo lavoro, dove i classici del passato incontrano, giustamente, un classico contemporaneo come Last Christmas, vero e proprio omaggio a George Michael, scomparso proprio a Natale l'anno scorso, Paola Iezzi decide di mostrare i muscoli (metaforicamente). Lo fa con l'aiuto del jazzista Michele Monestiroli, e lo fa indicando una strada, come fosse una stella cometa. Forte di una voce dai toni caldi, un contralto naturale molto controllato e con altrettanto naturali sfumature pop, Paola decide di giocare coi generi, tirando in ballo dallo swing, e come se no?, alla ballad da crooner, passando per sonorità blues, jazz, quasi country e celtiche, una sorta di ritorno agli esordi con il brano tradizionale irlandese Auld Land Syne. Generi diversi tra loro, ma assolutamente compatibili gli uni con gli altri, in virtù di un repertorio omogeneo e di una capacità, questa tutta di Paola Iezzi, di tenere insieme canoni che solitamente non sono così facili da governare. Tutto questo ci regala un album davvero molto bello, da ascoltare in salotto, mentre si scartano i regali, o dopo cena, bevendo un punch al mandarino, ma che, come si diceva, indica una strada, come una stella cometa (che sotto Natale è una metafora mica da ridere). Perché su Paola Iezzi, come magari su altri personaggi del panorama italiano, penso a una Syria, andrebbe aperto un discorso più complesso della recensione di un album, toccherebbe partire col dibattito come nei cineforum delle scuole superiori.

La prendo larga, tanto ci sarete anche un po' abituati.

Negli ultimi anni, vuoi perché con i talent e lo streaming selvaggio la discografia ha definitivamente tirato le cuoia, vuoi perché in un mondo di pecore un tasso del miele si nota neanche poco, mi sono spesso ritrovato a parlare con produttori e talent scout che mi chiedevano un nome sul quale investire. Non un nome sconosciuto, quelli li indico così tanto spesso che solo un rincoglionito faticherebbe a trovarli, ma un nome già noto. La sostanza del discorso è semplice: se dovessi indicare un artista da produrre, un nome con una carriera già consistente, ma momentaneamente non esattamente sotto i riflettori, fuori dal fuoco sacro dei riflettori, uno che si sta facendo la sua strada, sta continuando a farsi la sua strada, ma che per quell'insieme di fattori inspiegabili non lo fa più con la stessa attenzione da parte di media e mercato del passato, un nome sul quale investire per riaccendere quei riflettori, quale farei? Questo perché, non è difficile da capire, inventarsi un pubblico da zero è spesso operazione titanica per chi era abituato a lavorare sui progetti con la calma che lavorare sui progetti dovrebbe richiedere, quindi è meglio guardare a chi un pubblico ce l'ha o ce l'ha avuto, parlo di numeri grandi, contando di andarli a riprendere uno per uno, aggiungendo a quei numeri, questo l'auspicio, numeri nuovi. Ragionamento che in sé non fa una piega, condivisibile e per certi aspetti nobile, se si pensa, con le dovute proporzioni, a operazioni d'oltreoceano come quelle su Tom Jones, Johnny Cash o Wanda Jackson, anche se in tutti questi casi è presente una anagrafe impensabile per il panorama italiano (unica che potrebbe fare un percorso simile mi sembra sia una Rita Pavone, ma non è di Rita Pavone che in queste chiacchierate si vuole parlare, mi sembra evidente, si parla di artisti a noi più contemporanei). Questi discorsi, in genere, non porano mai a niente, perché vengono fatti con lo stesso intento che si ha quando si parla di schemi di gioco delle squadre di calcio, o di possibili assetti politici del prossimo governo, più con la speranza di assistere a un miracolo che con la volontà di realizzarlo, quel miracolo. Dico questo perché, senza bisogno di scervellarsi a lungo, un nome pronto per l'occasione ci sarebbe, anche piuttosto evidente, quello di Paola Iezzi. Paola, in coppia con la sorella, chiaro, è stata una degli ultimi fenomeni pop commerciali di quando i dischi si vendevano davvero. Un fenomeno pop commerciale mutevole musicalmente e esteticamente, che ha avuto anche più di una sfumatura antropologica, andando a stanare delle evidenze sociali di cui ho poi avuto modo di parlare, anche con lei, nel mio libro Venere senza pelliccia. Pensiamoci, senza soffermarci troppo sui dettagli, ma Paola e Chiara insieme hanno toccato diversi generi, dalla musica che flirtava con l'Irlanda degli esordi al pop più tradizionale di matrice anglosassone, passando per quello che faceva l'occhiolino al sud America, ma anche all'oriente, sempre tirando fuori singoli che si sono rivelati hit, giocando con l'estetica come in effetti le popstar dovrebbe per loro natura fare, connotandosi come icone con una naturalezza che è quasi sfociata nella naivete, tanto era esente da malizia manageriale. Ricordo che, a occhio nel 2002, 2003, quando scrivevo per Tutto Musica, recensii Festival, un loro fortunato album. Nel singolo facevano l'occhiolino a certa musica dance che veniva dal Brasile, una vera hit. Scrissi una frase che, questo invece lo ricordo con precisione, l'ufficio stampa della Sony di allora, Paola Pascon, mi riferì offese piuttosto le sorelle Iezzi. Scrissi che Festival era la canzone preferita di mia figlia di due anni (quindi era il 2003), che la ballava in continuazione. Non so se sia vero che Paola e Chiara si siano offese, ma il mio voleva essere un complimento puro. Figuriamoci, stavo parlando di mia figlia, la mia prima figlia. Il fatto che una bambina di due anni, quindi un soggetto senza un minimo di sovrastrutture, ballasse una canzone in continuazione voleva dire solo una cosa, la canzone era una perfetta hit. Perché i bambini, in questo, sanno cose che noi umani, col tempo, coi ragionamenti, con le teorie, perdiamo di vista.

Tornando a questa lunga deviazione sul percorso natalizio, Paola Iezzi con A Merry Little Christmas ci dice una cosa, oltre a augurarci buon Natale con dieci canzoni perfettamente interpretate, ci dice che lei c'è. E ce lo dice andando a parare lì dove una come lei, oggi, deve andare a parare, in suoni adulti, classici, contemporanei nelle intenzioni ma non nelle modalità. Pensate a Joanne di Lady Gaga, ecco, Paola Iezzi guarda in quella direzione, e ci guarda con lucidità. Ecco, se io fossi uno dei produttori di cui sopra, uno dei talent scout di cui sopra, o semplicemente se io fossi uno di quei discografici che al momento si stanno chiedendo dove trovare il nuovo Rovazzi, Dio abbia pietà di loro, o se i Maneskin arriveranno a dopo Capodanno, non avrei dubbi su chi produrre e come produrla. Direi a Paola Iezzi di lasciar perdere i dj set (più che legittimi, ci mancherebbe, ma se fossi un discografico le chiedere anima e corpo su un progetto musicale), di lasciar perdere l'electropop con sfumature dance cui si è dedicata recentemente, e lavorerei su un album alla Joanne. Poi ripartirei dal video di Kamasutra, sul quale la carriera di Paola e Chiara, per ragioni che davvero ai miei occhi appaiono incomprensibili, giocando decisamente anche su quel fronte, esattamente come fa Lady Gaga, sempre lei, e mi incamminerei sicuro verso un successo.

Per ora, intanto, nel mio stereo gira A Merry Little Christmas, mentre addobbo l'albero e scrivo coi miei figli le letterine per Babbo Natale. Lo faccio scalzo, ma questo già lo sapete.

 

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