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Recensione U2, Songs of Experience

December 3, 2017

 

 

La musica è forma d'arte più immediata. Anche quella più presente nella nostra quotidianità. Chi, come me, si occupa di critica musicale, ha qui l'ingrato compito di provare a decifrare attraverso apparati teorici qualcosa di molto immediato. Qualcosa di molto più immediato delle parole scritte, in effetti, il che rende il lavoro del critico musicale, ma forse dei critici di qualsiasi forma d'arte, qualcosa di davvero molto complicato. Come del resto succede in molte materie scolastiche, più semplice farsi un'idea empirica dell'aria che capirne la formula chimica.

Oggi poi, con la musica che ci arriva direttamente in casa, o attraverso gli smartphone e gli altri apparecchi digitali, addirittura addosso esattamente nel momento in cui si affaccia sul mercato, il lavoro del critico musicale diventa davvero solo quello di fornire strumenti per aiutare nell'ascolto, evidenziare aspetti che necessitano ferri del mestiere per essere decodificati, o più semplicemente inserire in una narrazione più articolata, in una trama più ampia, un singolo episodio. Consapevoli che, comunque, la musica farà poi il suo lavoro, arriverà direttamente alle nostre orecchie, con o senza di noi.

È con lo spirito di chi prova a teorizzare da circa trent'anni sugli U2, senza ombra di dubbio la band più legata alla mia generazione, per influenza e per una sorta di contiguità generazionale, che mi accingo all'ascolto del nuovo lavoro di Bono, The Edge, Adam e Larry, Songs of Experience. Un lavoro atteso a lungo, perché quando uscì in quella rocambolesca e forse impropria maniera Songs of Innocence, direttamente dentro i nostri apparecchi Apple, era stato annunciato l'imminente arrivo dell'album gemello. Arrivo che però non c'è stato, perché... per tutta una serie di motivi, primo tra tutti, vien da supporre, l'incertezza della stessa band rispetto a quanto era stato fatto. Incertezza che ha poi impattato con una realtà sulla carta inimmaginabile, l'elezione di Donald Trump. Così, infilando un The Joshua Tree 30 tour nel mezzo, ecco che arrivano le 13 tracce di Songs of Experiece e ecco che, ancora una volta, forse più che negli ultimi anni, arriva una piacevole sorpresa. O forse una conferma, quella definitiva. Gli U2 ci sono e a loro modo ci sono come dei classici.

Ma in questa affermazione, me ne rendo conto, potrebbe anche trovarsi il Bug di questo assioma. Perché gli U2 non sono sempre stati dei classici. Anzi, per chi li ama, c'è stato un momento in cui è stato proprio il loro sparigliare le carte della classicità a averli resi unici. Pensate all'effetto devastante di The fly e di tutto Achtung Baby, quando ce li stavamo ancora ricordando con B.B.King o a cantare Bob Dylan, lì a flirtare con la tradizione americana. Pensate anche a quel flirt, a Ruttle and Hum che quel flirt ha reso una sorta di festa di matrimonio ortodosso, di quelli che durano tre giorni, tutti passati a tavola, certo, anticipato da The Joshua Tree, ma pur sempre distante anni luce da quel suono così smaccatamente post-new-wave della prima parte degli anni Ottanta. Insomma, pensate a quel senso di meraviglia, la stessa che corre tra il Bono con gilet di pelle e cappello da cowboy e il McPhysto con cornetti da diavolo e giacca dorata, e poi concentratevi, concentratevi bene.

Silenzio.

Concentratevi.

Meglio di così.

Concentratevi davvero.

Cercate di materializzare questa immagine.

Ci siete voi che siete stesi comodi da qualche parte, presumibilmente nel vostro letto di casa. Un posto familiare, rilassante, quotidiano. Il vostro letto di casa. E poi pensate che lì, a letto, al vostro fianco, ci sia la persona che amate, quella con la quale pensate che passerete il resto della vostra vita, con la quale, magari, avete già trascorso una fetta importante della stessa vita. Bene. Ora pensatevi bene, fin nei dettagli. E pensatevi nella posizione comoda nella quale dormite di solito, quella più comoda. Poi pensate, qualsiasi sia quella posizione, che mettete una mano sotto il cuscino, caldo per il vostro corpo. Ecco, lì, sotto il cuscino sentite una forma decisamente poco rilassante, poco morbida, in se ostile, quella di una pistola. La sentite, sotto il cuscino, il metallo freddo che contrasta con il caldo del letto, col caldo del corpo che vi dorme di fianco, e provate ancora una volta un senso di familiarità, di quotidianamente, di naturalezza.

Colpo di scena.

Meraviglia fastidiosa.

Questo, in fondo, stanno facendo gli U2 da sempre, ci regalano una colonna sonora rassicurante, virando il rock verso quello che convenzionalmente siamo portati a chiamare pop, ma lo fanno cercando di infilare lì, tra lo sguardo sornione di Bono e quel modo di suonare la chitarra unico di The Edge, qualcosa di disturbante, che proprio per il solo fatto di trovarsi lì diventa ancora più disturbante, come certe immagini di Cronenberg o di Lynch.

Ecco, pensate al film Una storia vera. Gli U2 di Songs of Experience, ma un po' tutti gli U2, sono così. Apparentemente buoni. La storia la conoscete, c'è un anziano signore che decide di attraversarsi il Midwest per andare a trovare suo fratello, anche egli anziano. Una decisione che mira a dirsi addio, essendo il vecchio morente. Una decisione che implica il salire nel solo mezzo a disposizione, un tosaerba, e che quindi darà al viaggio un senso di lentezza quasi esasperante. In questo contesto, il lento attraversare gli States a bordo di un tosaerba, Lynch fa incontrare al vecchio tutta una serie di persone in apparenza lontanissime dai suoi soliti personaggi. Tutti buoni. Tutti rassicuranti. Tutti accoglienti. Questa America così buona è l'effetto straniante che Lynch regala al pubblico. Un bianco senza sfumature di grigio, figuriamoci di nero. Lo vedi e provi disagio, perché sai che non è così, non può essere così.

Songs of Experience è un album di canzoni canzoni. Un album di belle canzoni. Alcune tra le migliori mai sfornate dagli U2. Su tutte Get Out of Your Own Way, che immagino sarà uno dei punti di forza del prossimo live. Ma anche il singolo You're the Best Thing About Me, la minimale e minimalista Landlady, l'epica e intensissima The Little Things That Give You Away, il brano più politico della covata, figlio dell'Era Trump, la pistola tenuta nascosta sotto il cuscino, appunto, American Soul.

Rock, pop, suono alla U2, certo, ma anche spiazzantemente non alla U2, con continue deviazioni sull'andamento della canzone, con soluzioni, sia da parte di Bono che di The Edge, più che della sezione ritmica, davvero impreviste.

Classici, appunto, ma vogliosi di insinuare dubbi a fianco di certezze, dubbi e speranze.

Songs of Experience ci regalano una band in perfetta salute, con tutte le incoerenze del caso.

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