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Finley - Le recensioni del Tasso

November 29, 2017

 

Essere anarchici non significa non avere regole. Significa darsi delle regole prima che ce le impongano gli altri. Non ricordo di chi sia questa definizione, ma si addice perfettamente al gruppo di cui sto scrivendo, i Finley. Un gruppo che, non fosse già sufficientemente intento a spiazzare gli ascoltatori di suo, verrebbe da spingere verso una forma di nuovo dadaismo, un paio di giri di molla e via, verso nuovi deliri. Perché la storia della band sta lì, dagli esordi sotto l'egida di Claudio Cecchetto a oggi, con l'uscita di Armstrong, il loro nuovo album, un concentrato di continua deviazioni da quello che, fino a un secondo prima, sembrava la strada principale. Al punto che, lo ammettiamo, è davvero difficile capire chi in effetti i Finley in realtà siano. Cioè, intendiamo, le facce dei Finley le conosciamo, sono quelle, tre quarti quelle dell'esordio, comunque in questa formazione ormai da un po', ma è la loro essenza a essere difficile da inquadrare, come se si fosse in presenza di una strana forma di alieno mutante. Ecco, i Finley sono alieni, e Armstrong, il loro ultimo album, lo dimostra in maniera incredibilmente precisa. Un album di buon, ottimo pop-rock con sfumature piuttosto evidenti di electropop, arrivato proprio dopo aver impiegato anni a farsi riconoscere una credibilità in ambito rock, loro che in realtà sin dai loro esordi hanno preso parte a Festival europei di primo livello, credibili all'estero più che in patria. La questione è però semplice, se infatti l'aver avuto in partenza la benedizione di Cecchetto, ha contribuito non poco a farli identificare, erroneamente, come una band costruita a tavolino, qualcosa di finto (e in questo, per dire, la pubblicità della merendina cui hanno prestato la loro prima hit, a memoria Diventerò una star, non ha certo aiutato), anni e anni di autoproduzioni, di concerti tenuti in giro per l'Italia, di ore passate in sala prove, a affinare l'amalgama, a comporre nuove canzoni, non è riuscita del tutto a avere lo stesso diritto di replica, perché è noto, l'imprinting è tutto. E quando magari gli anni trascorsi da quel passato un po' troppo pop per essere digerito dal pubblico rock sono diventati sufficienti, ecco che i Finley virano sull'elettronica, appaltando ai sintetizzatori il ruolo che, a ben vedere, dovrebbero avere le chitarre distorte. Insomma, ancora una volta cambiare direzione, fregarsene delle regole, farsene di proprie.

Detta così, però, questa potrebbe sembrare la storia di una caduta libera. Quella di chi è incapace di rifarsi una reputazione. La faccenda è ben altra. Perché le dieci tracce di Armstrong sono dieci buone tracce. E il suono electropop, magari con venature rock, certo, dell'album è un buon suono, attuale, contemporaneo, credibile. Se a farlo fosse stato uno qualsiasi tra i fuori usciti da un talent grideremmo al miracolo, perché è il suono, spesso, il problema di chi si affaccia sul mercato. In questo caso non possiamo che non prendere atto di un ripensamento, o della presa di coscienza che i generi, ormai da una ventina d'anni a questa parte, non sono poi più così necessari, tanto non ci sono più i negozi di dischi dove, in effetti, potevano anche tornare utili. Le canzoni ci sono, girano bene, sono credibili, funzionano. Se la sensazione provata ascoltandolo è giusta, se cioè i Finley si sono riconciliati con l'idea che alcuni si erano fatti in passato, di loro come artisti pop, non solo nessuno si sarà fatto male, ma il nostro panorama italiano avrà ritrovato dei papabili protagonisti.

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